sabato 18 febbraio 2017

Via Taddea



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Via Taddea è una delle più antiche strade del quartiere di San Lorenzo, a Firenze. Sembra che prenda nome da una famiglia Taddei, che qui aveva il suo palazzo dove soggiornò pure il pittore Raffaello.

Via Taddea.
Via Taddea.


E' una di quelle strade fiorentine strette, ombrose, in alcuni angoli persino buie ma che inaspettatamente si aprono in sprazzi di sole. Il palazzo nobiliare è accanto alle case della gente comune e alle vecchie botteghe e ai fondi, senza soluzione di continuità, in un'unica severità. Al numero 21 di via Taddea nacque, il 24 novembre 1826, Carlo Lorenzini detto il Collodi, l'autore del Pinocchio. Da questo vicolo partì il Burattino senza Fili per il suo giro del mondo.

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A brevissima distanza dal Palazzo Taddei dove soggiornò il pittore Raffaello (al numero 17 della strada), una vecchissima e modesta casa popolare che ancora oggi è tale, coi panni stesi e le mutande a asciugare al filo sopra la breve lapide dedicata al "padre di Pinocchio".

In cima alla strada, invece, al numero 2, nel 1921 si trovava il Sindacato dei Ferrovieri.

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Come ricorda la lapide, la sera del 27 febbraio 1921 la sede del Sindacato fu assalita da una squadraccia fascista, durante un'intera settimana di situazione insurrezionale a Firenze e di scontri sanguinosi. La Resistenza antifascista fu particolarmente dura proprio nei quartieri di San Lorenzo, di Santa Croce e di San Frediano, da parte degli Arditi del Popolo e delle Formazioni di Difesa Proletaria.

Durante l'assalto al sindacato dei ferrovieri in via Taddea, fu ucciso il sindacalista comunista Spartaco Lavagnini.

Quante cose in una vecchia e buia strada. Quanta gente. Il pittore, lo scrittore di fiabe, il sindacalista ammazzato dai fascisti. Mi piacerebbe, a volte, poter scrivere la storia di ogni strada, di ogni vicolo.

Ma poiché la Storia è anche fatta di immaginazione e fantasia, mi piacerebbe poter immaginare un burattino di legno, col suo vestitino di carta a fiori e il berretto di mollica di pane, che la sera del 27 febbraio 1921 sente confusione in capo a via Taddea e scende le scale di corsa per cercare di andare a dare una mano contro quegli assassini neri, proprio come quelli che lo avevano impiccato alla Quercia Grande.

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Coi sui gomiti di legno e i suoi piedacci duri. Forse non ce l'avrebbe fatta a salvare il sindacalista, ma qualche stinco rotto e qualche dente fuori posto a quei maledetti glielo avrebbe assestato ben bene. Mentre, dal numero 17, accorreva il grande pittore a ritrarre il sindacalista ammazzato, nella sua morte in un vicolo della decrepita Firenze attraversato dall'Imponderabile Intrico.

giovedì 16 febbraio 2017

Surrealismo e Solitudine


L'ambientazione è stata perfetta.

Lavagna straziata dal dolore. Sembra una vecchia classe scolastica. I gessetti che piangono disperati e la cimosa piegata in due dal magone. Il parroco. Non si nega a nessuno un parroco, nemmeno a un ragazzino suicida. Un tempo, va ricordato, gli sarebbe stata negata degna sepoltura in terra consacrata, come al Miché della ballata di De André che era pure di lì vicino.

A Lavagna, fra due o tre giorni non gliene fregherà più una sega a nessuno.

Gli striscioni. Nessuno muore sulla terra finché vive nel cuore di chi resta. Non funziona propriamente così. Bisognerebbe una buona volta abolirlo, codesto cuore. Nel cuore, che è una pompa a durata scadenziale, non vive niente e nessuno. Tutto, casomai, vive nel cervello; ma il cervello non va molto di moda, sotto questi chiardiluna.

C'è pure Guccini, tra gli striscioni. Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi. Però quello era un incidente stradale, se ben mi ricordo. Con gli incidenti stradali, ora più che altro si consumano le vendette dei gladiatori innamorati. In questo caso, in questo ennesimo fatto di cronaca nel quale m'ingaglioffo, le modalità mi sembrano tanticchia differenti.

Uno a uno. Stavolta il ragazzino sedicenne non ammazza i genitori. Stavolta il ragazzino sedicenne s'ammazza per sé. Ha in tasca dieci grammi di fumo. Arriva a casa una delle tante declinazioni di sbirri, e il ragazzino si butta dalla finestra. Non è che ci si ammazza così per giocherellare, neppure a sedici anni. In un dato momento, si preferisce la morte a qualcosa che si paventa; ed è una cosa che esigerebbe perlomeno un granello di rispetto, quello dovuto ad ogni essere umano. Il minimo sindacale, per così dire. Almeno quello.

Oltracciò, quel che sto scarabocchiando ha il grave limite di essere, per forza di cose, mediato da una qualsiasi carta da deretano che riporta "i fatti"; in questo caso, Repubblica. Si tratta di un limite desolante, qualcosa che obbliga ad una scelta. O ne parli, o stai zitto. Se ne parli, occorre accettare la mediazione di una qualche spazzatura. 

Detto questo, mi corre l'obbligo di rassicurare chi eventualmente stia leggendo. Non ho la benché minima intenzione di accusare chicchessia. Non desidero spargere odio. Non mi schiero da una parte o dall'altra. Sono perfettamente conscio che il mestiere di genitore è spaventosamente difficile, tant'è vero che proprio non mi sono sentito all'altezza d'intraprenderlo nella mia vita pur essendo i miei spermatozoi regolarmente funzionanti. Mi sarebbe piaciuto, a volte, parlare un po' del mestiere di adolescente; ma, quando lo ero, i blog non esistevano. Ora che invece esistono, e sono persino passati alquanto di moda, l'adolescenza risale per me circa al tempo delle guerre puniche. Destino cinico e baro.

Quel che mi preme, invece, è attribuire ad una persona ben precisa, almeno da quanto mi è dato leggere e con il beneficio di una decina di inventari, un riconoscimento ed una sorta di premio. Il premio universale per il Surrealismo. La persona destinataria di tale premio è la madre del sedicenne lavagnese suicidato per essere stato trovato in possesso di grammi dieci di un qualche cannabinoide.

La madre del sedicenne lavagnese autodefenestratosi ha tenuto, all'altare della parrocchia in occasione del funerale del ragazzo, il discorso che riporterò tra breve e che merita assolutamente di essere tramandato ai posteri come vetta inarrivabile del Surrealismo. Impallidiscano André Breton, Luis Buñuel, Tristan Tzara, René Magritte, Antonin Artaud, Max Ernst, Philippe Soupault. Si scostino deferenti di fronte a questa madre; la quale, oltre ad aver chiamato di persona la Guardia di Finanza affinché perquisisse il figlio, la ha pure pubblicamente ringraziata per avere ascoltato il suo urlo di disperazione. Come dire: grazie, Guardia di Finanza, per avermi aiutato a sbarazzarmi di mio figlio. La cosa è abbastanza comprensibile: c'è la crisi, non si arriva alla fine del mese, un figlio adolescente costa un occhio della testa e, per di più, si fa pure le canne. Ma bando alle ciance, e consegniamo ordunque alla Storia questo capolavoro che riporto integralmente, permettendomi soltanto, dada- e surrealisticamente, di suddividerlo in cesure poetiche. In mancanza di un titolo ufficiale lo chiameremo: Un cri désesperé d'une mère de Tableaunoir.


E la mamma ha preso la parola dall'altare: 
"La domanda che risuona dentro di noi e immagino dentro molti di voi è: 
 perchè è successo, perchè a lui, perchè adesso, perchè in questo modo? 
Arrovellandoci sul perchè, 
ci siamo resi conto che non facevamo altro che alimentare 
uno stato d'animo legato alla sua morte senza possibilità di una via d'uscita. 
Allora abbiamo capito che forse la domanda da porsi in questa situazione è piuttosto: come?
Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, 
che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. 
Qualcuno vuol soffocarvi. 
Diventate protagonisti della vostra vita 
e cercate lo straordinario. 
Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi. 
Invece di mandarvi faccine su whatsapp, 
straordinario è avere il coraggio di dire alla ragazza sei bella 
invece di nascondersi dietro a frasi preconfezionate. 
Straordinario è chiedersi aiuto proprio quando ci sembra che non ci sia via di uscita. 
Straordinario è avere il coraggio di dire ciò che sapete. 
Per mio figlio è troppo tardi ma potrebbe non esserlo per molti di voi, fatelo.
(Ha detto la donna). 
Noi genitori invece di capire che la sfida educativa non si vince da soli 
nell'intimità 
delle nostre famiglie, 
soprattutto quando questa diventa una confidenza per difendere 
una facciata, 
non c'è vergogna se non nel silenzio: 
uniamoci facciamo rete, 
(Ha aggiunto). 
In queste ore ci siamo chiesti perché è successo, 
ma a cercare i perché ci arrovelliamo. 
La domanda non è perché, ma come possiamo aiutarci. 
Fate emergere i vostri problemi
(Ha detto la madre ai ragazzi). 
E alla Finanza ha detto anche: 
Grazie per aver ascoltato l'urlo di disperazione 
di una madre 
che non poteva accettare 
di vedere suo figlio 
perdersi. 
E ha provato con ogni mezzo di combattere 
la guerra contro la dipendenza 
prima che fosse troppo tardi. 
Non c'è colpa né giudizio nell'imponderabile, 
e dall'imponderabile non può che scaturire 
linfa nuova 
e ancora più energia 
nella lotta contro il male. 
Proseguite."

Di fronte ad un simile capolavoro, mi sono alzato con deferenza e mi sono tolto il cappello. Specifico che avevo sì un cappello, ma che l'ho regalato a un anarchico pisano dato che non lo portavo mai; indi per cui, il mio scappellamento è squisitamente metaforico.

Certo, in un impeto di salutare cattiveria, sulle prime mi sono immaginato la signora finalmente libera di fumarsi la cannetta che oramai non serve più al rampollo bell'e morto e sepolto; sinceramente, mi sono vergognato di me stesso. Ho conosciuto una volta una simpatica signora ultrasettantenne che si faceva il suo bravo cannino ogni tanto, è morta in grazia di Dio dopo una vita di lavoro e non si è persa. Ma sono, naturalmente, discorsi così tanto per fare. Quel che resta, è il discorso della Madre di Lavagna, che la Letteratura non potrà fare a meno di annoverare tra i suoi capisaldi con la speranza che la signora non abbia poi a fare come certi ex-surrealisti, come gli Aragon, i Dalí "Avidadollars" e gli Éluard, divenuti infamoni della peggiore specie. Ma nutro speranze positive.

Al che mi sono alzato dalla sedia e sono andato alla porta di casa. Con la sigaretta fatta con le cartine e il tabacco Pueblo. Non ci sono più i pini di fronte a casa mia, come magari saprà chi legge ancora questo blog. Non fa caldo ancora, questo no; ma nei primi giorni di malato sole...

Mi sono messo per qualche attimo a ragionare sulla Solitudine. 

Ci ho avuto un rapporto normalmente complesso, con la Solitudine. Ambiguo. E surreale, appunto, com'è ragionevolmente logico che sia. L'ho mal sopportata, la Solitudine, in alcune parti della mia vita. Ho cercato di sopraffarla in qualche modo, a macchia di leopardo. I risultati sono stati generalmente disastrosi.

Alla fine mi sono accorto di essere intimamente portato alla Solitudine. Che è una compagna perfetta, e che non chiama nessuna Guardia di Finanza. 

Quella Solitudine che ha la gentilezza e l'umanità di non imporsi a nessuno, che abbia cinque o novantacinque anni. Che fa fumare le sue cannette, i suoi dieci grammi di fumo, al bambino e alla nonna; e specifico che sono totalmente allergico ai cannabinoidi, se tiro anche una boccata di fumo strabuzzo gli occhi e tossisco a morte. Quella Solitudine che non va all'altare di un qualche dio di merda a tenere capolavori del Surrealismo. Quella Solitudine che non si unisce e che non fa rete. Quella Solitudine che non fa figli da perdersi per dieci grammi, e menomale che l'anima, come dicono, ne pesa ventuno.

Come finale Surreale, poniamo che quel ragazzo, anni sedici, dal suo volo sia atterrato qui da me. Per quel che mi è possibile alla mia età, lo avrei fatto accomodare e gli avrei fatto fumare la sua cannetta, come una delle ultime che mi sono fatto prima dell'insorgere dell'allergia. Me la aveva regalata un tizio che conoscevo, e che poi si è suicidato in carcere.

Gli avrei fatto conoscere i privilegi della Solitudine, dicendogli di non avercela con sua madre, povera donna all'altare, che vuole fare rete come un centrattacco, e che ringrazia pure la Guardia di Finanza. E' andata così. E' andata così. E' andata così, la sfida educativa, l'intimità delle famiglie, la linfa nuova, l'altare.

Però, sorridendo, un vaffanculo a tua madre te lo concederei. Finisciti 'sta canna, poi ci si fa un mojito. Amen.  


lunedì 23 gennaio 2017

Ceux qui ne sont plus Charlie (La neve non arriva mai)


1.

Poiché, com'è arcinoto
la neve non arriva mai
l'economia ne risente,
e in un siffatto frangente
per interi settori son guai.

Si lagnano gli albergatori,
si lagnano gli economisti,
si lagnano gli sciatori,
si lagnano i ristoratori
e pure gli alpinisti.

Un giorno la neve arriva
e ne arriva pure tanta.
Lo skilift può trasportare,
via la neve artificiale,
ecco un inverno normale.

Però la neve è carogna,
io proprio non la sopporto.
Alla neve sono estraneo,
e non per niente son nato
in un paese Mediterraneo.

E mi fanno sempre un po' ridere
le torme di sci-muniti,
famiglie che fanno il telemark,
ragionieri alla Ingemar Stenmark,
fuoripistanti incalliti.

Ci sono i resort di lusso
sulle Alpi e sugli Appennini
costruiti proprio sotto
montagne da far paura:
evviva l'avventura.

Un giorno la neve arriva
e ne arriva pure tanta;
arriva, ed è pure arcinoto
dove batte il terremoto,
in luogo piuttosto remoto.

Con la stradina tortuosa
sepolta da metri di neve;
si stacca la valanga,
oppure è la slavina,
morte, lutto, rovina.

Ora la storia si fa
tragica e molto eròica.
Scrivo che ancora stanno
parecchi sepolti là sotto,
sotto l'albergo travolto.

In questo paese ci abbiamo
sempre gli eroi del dopo.
Il prima è una rete assai fitta
di idiozia e presunzione
condita di mafie e coësione.

E quando la neve arriva
ci vogliono gli spazzaneve,
ne compreresti a bizzeffe
al costo di un solo Effe
Trentacinque.

E quando la neve arriva
(peraltro ben annunciata)
dimenticato è il prima,
che fa pure la rima:
solo soccorsi e eroïsmo.

Solo nazionalismo.
Solo perbenismo.
Scordàti tutti i torti
si raccattano i morti
scavando e riscavando

ma mai nelle coscienze.
Le coscienze danno fastidio.
Bisogna restare uniti
e guai a scalfire
il fortino, il presidio.

Ché ci abbiamo sempre gli eroi
mai del prima e sempre del poi.
E quindi s'indaga a ritroso
sul solito disastro colposo,
s'indaga e s'invoca rispetto

per morti di strade sepolte,
per morti di slavine di lusso,
per morti d'incurie e dissesti
per morti ammazzati dal niente,
per morti di stato assente.

2.

E mentre gli eroi scavatori
e i prodi soccorritori
aspettan da anni invano,
sepolti anch'essi da quintali
di retoriche micidiali,

il contratto di lavoro;
e mentre i politicanti
si addannano tutti quanti
a invocare eccellenze
e a farsi selfie in doposcì;

e mentre si fan luminarie
e novene di preghiere,
e mentre si spaccia per emergenza
quel che emergenza non è,
quel che sarebbe normale

in un inverno normale,
in una normale stagione
dove non si fa la costruzione
di un coso di lusso in un canalone,
c'è una rivistina francese

magari un poco carognetta
che ci fa su la vignetta.
Si vede la morte secca
che scia quasi allegra e dice:
“Italia: neve, ma  non per tutti!”

Niente di ché, mi direte;
ne ha fatte, certo, di migliori.
Quando ne fa di migliori,
però, ci son certi signori
che proprio non gli va giù.

Si prendono un caffè al bar,
poi urlano “Allah akbar!”,
e giù a sparar come cristi
sui maledetti vignettisti;
e allora, son tutti Charlie.

La libertà di espressione!
E anche la sacrosanta
mancanza di rispetto
che vale solo se si irride
il profeta Maometto.

La satira, si sa, fa male,
anche se parla en passant
di una valanga normale,
regolarmente micidiale
in un inverno normale

quando nevica a morte
in plaghe terremotate,
e dove si tiene aperto
l'albergo pluristellato
che attende di esser centrato.

La libertà di espressione!
Che vale però soltanto
quando non ti tocca tanto.
Che vale però solo se
non tocca proprio te.

E allora, regolare,
scende in campo a pugnare
il nazionalpopolare:
il sindaco di Amatrice
che, per altro, si dice,

dovrebbe pensare più alle casette
tirate a sorte in lotteria
piuttosto che alle vignette,
risponde con altra vignetta
eroïca e nazionalista

di tale Ghisberto, un razzista
nonché un notorio fascista
che esalta il “Soccorso Alpino”;
come si diceva, gli eroi
del Paese del Poi.

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Poi ecco pure il Fiorello,
paradigma emblematico
dell'italico cervello;
la sua risposta non si perda:
“Charlie? Dei pezzi di merda”.

E nel frattempo si spera
di salvare altri poveracci
sepolti sotto quell'albergo
come fosse una miniera,
l'albergo a quattro stelle

come fosse Marcinelle,
si scava, si scava e si spera
mentre, un poco più in là,
nell'indifferenza generale
e nel gelo di un inverno normale

migliaia di esseri umani
crepano di un freddo uguale
aspettando che dei ciarlatani
aprano una frontiera;
ma là, però, non si spera.

Dal che si evince che vale
più una valanga in Stiria
che i profughi dalla Siria;
o la valanga sull'Appennino
delle barricate di Goro e Gorino.

3.

Morale: da queste parti qui
non sono più Sciarlì.
Sciarlì si è nel bailamme,
quando ti spara l'islàmme;
quando c'è l'indignazïone

per la libertà di espressione.
Quando invece si crepa,
e quando agisce il mortorio
di una gestione criminale
(in un inverno normale)

del tuo proprio territorio,
allora ci vuole e occorre
il capro espiatorio.
E chissà che tanti, ora,
non pensino: alla malora!

Non pensino che, in fondo,
hanno avuto quel che conviene
e che l'ISIS ha fatto bene
a sparare a quei denigratori
degl'italici e grandi cuori,

paese di Soccorritori
che soccorrono costantemente
il ferito e il morto ammazzato
dal suo stesso Stato;
dando poi di “sciacallo”

a chi pesta troppo il callo,
come fece un dì a Longarone
il fascista Indro Montanelli
(sia detto un po' tra le righe
a proposito di dighe).

Preghierine e chiacchierìo
e statue di Padre Pio,
mentre là nelle intemperie
si scava tra le macerie
eterne di questo paese.

Dicon: Disastro colposo.
Se ne andrà via la colpa
e resterà solo il disastro.
E sulla prossima casetta
si metterà una vignetta.

E il prossimo inverno, la lagna
riecheggerà incancrenita
lassù su qualche montagna:
“Non nevica! Non c'è neve!
Il danno per l'economia!”

Su per le montagne sventrate
da piste di sci frequentate,
e dai pendii violentati
da skilift e seggiovie,
da boschi interi spianati

per far posto alle familiari
invernali idiozie,
a alberghi nei canaloni,
a spa, wellness e piscine,
a carne da slavine.

sabato 14 gennaio 2017

gggGGiòvani dell'Era Renzi®



In questi tempi di valori, di famiglia, di legalità, di bòna scuola, di Atti di Giobbe, di Leopolde®, di eccellenze, di quant'altro, è interessante constatare quanto i giòvani® abbiano assimilato a fondo i princìpi dell'Era Renzi.

Prendiamo, ad esempio, il recente fatto accaduto a Pontelangorino, Valli di Comacchio, a tre chilometri dalla medievale Abbazia di Pomposa e a un tiro di schioppo, pure, dalle famose Goro & Gorino delle barricate popolari contro un manipolo di immigrate su un autobus.

Il giòvane, sedicenne, intende ammazzare il babbo e la mamma. E capirai. Chi, a sedici anni, non ha mai desiderato far fuori i genitori? A dire il vero, le statistiche ci dicono che sono, al giorno d'oggi, assai più frequenti i casi in cui sono i genitori a far fuori i figli; come dire, hanno fatto libri neri per ogni cosa, quello del comunismo, quello del nazifascismo, quello delle religioni, ma quello della Famiglia ancora non lo hanno fatto. Anche perché, ne sono certo, verrebbero fuori cifre di morti da far impallidire la II Guerra Mondiale.

A sedici anni, desiderare di far fuori i genitori è un passaggio obbligato, un pensiero fondante, un segnale di crescita. Poi, va da sé, non accade quasi mai. Il ragazzino di Pontelangorino, invece, ha tirato diritto. 

E che cosa ha fatto? Ha ingaggiato l'amico del cuore, che ha provveduto alla bisogna. Ma, come dicevo, siamo nell'Era Renzi. Insomma, va bene la ferrea e assolutistica amicizia adolescenziale alla Grande Meaulnes, ma per ammazzare due persone ci vuole pur sempre un incentivo.

E così, ecco la promessa di mille euro a lavoretto finito. Nel frattempo, però, una caparra. Consistente in renzianissimi ottanta euro.

Come potrebbe non colpire tale fatto? Ai tempi della regalia renziana, del resto, mi era capitato di sentire in giro più di una persona che dichiarava:
"Eh si vabbèèè....Renzi sarà icchegliè, però a me quegli ottant'euri 'e mi fanno parecchio hòmodo, pe' avelli ammazzerei 'huarcuno!"

E giù risate. Con quegli 80 euro si può mandare avanti la famiglia e arrivare alla findimmèse.

Però, ora bisogna stare attenti, nelle meravigliose famigliuole italiane. Ci potrebbe essere, zàc, un ragazzino qualsiasi che fa un altro uso di quegli ottanta euro, e che, invece che alla fine del mese, ti fa arrivare alla fine eterna.

E pensare quali e quanti valori gli erano stati inculcati!

giovedì 5 gennaio 2017

Dal "Sito di Firenze": Bomba a Firenze, quel poliziotto ferito e quel pestaggio in Questura

Non ho l'abitudine di copiaincollare cose scritte da altri, a parte in rarissime occasioni. Quella che segue, però, lo è. Si tratta di un articolo scritto da Matteo Calì per il Sito di Firenze (cliccare sul link) ieri 4 gennaio 2017, che propone alcune interessanti riflessioni "super partes" (a quanto ne so, sia Matteo Calì sia il sito informativo per cui scrive non hanno affatto simpatie "de sinistra", anzi tutt'altro. Di mio, nell'articolo ci sono soltanto alcune frasi messe in evidenza.

Bomba a Firenze, il poliziotto ferito e quel pestaggio in Questura

Immagine articolo - ilsitodiFirenze.it

All'alba del primo giorno del duemiladiciassette, Firenze si sveglia con la notizia di un ordigno che ha ferito, e gravemente, un poliziotto. Un servitore dello Stato. Ha perso una mano e un occhio, una vita mutata nel giro di qualche ora. L'ospedale. La disperazione. Il ministro. Il capo della Polizia. Lo Stato presente al fianco dei suoi uomini. E poi i gesti di solidarietà dei colleghi, la rabbia della famiglia. Tutti al posto giusto in una storia fin troppo ingiusta. Dove in mezzo passa anche la sfortuna di un destino crudele.

"Spero di tornare a fare il mio mestiere" ha detto l'agente al chirurgo che gli stava per amputare la mano. Ma guarda te, se per poco più di mille euro al mese, la notte di Capodanno, un uomo deve perdere una mano e un occhio, per colpa di una bomba messa per ragioni di lotta politica? E siamo nel 2016. Assurdità. Follie. Eppure quest'uomo è senza la mano sinistra e non si sa se ci vedrà mai più dall'occhio esploso con la bomba.

Non c'è ragione che sia accaduto questo, ma la vita purtroppo riserva situazioni incredibili e imprevedibili. Ed il sovrintendente Mario Vece lo sa. Come quando, in un attimo, ti ritrovi vittima dopo che sei stato carnefice. Povero Mario Vece. Eh sì, povero Mario Vece. Poveri, però, anche quei quattro ragazzi che nel 2001 finirono pestati sotto le sue mani e di quelle di suoi due colleghi.

Una storiaccia, brutta, brutta. Di quelle destinate ad essere dimenticate in fretta. Un battibecco all'entrata di una discoteca a Pistoia, poliziotti che intervengono e portano quattro ragazzi in questura. Lì vengono scambiati per cittadini albanesi e per questo motivo insultati e picchiati. Lo dicono anche i referti dell'ospedale dove ad uno dei quattro giovani verrà riscontrato il timpano sfondato, il setto nasale incrinato e un testicolo tumefatto. Per gli altri contusioni, trauma cranici e lesioni varie su più parti del corpo.

E all'epoca, per questi fatti, finirono agli arresti domiciliari l'ispettore Paolo Pieri, il vice sovrintendente Stefano Rufino e anche l'allora assistente Mario Vece, tutti accusati di lesioni gravi, falso e calunnie, perchè falsificarono anche i verbali. Una storia brutta poi finita con un patteggiamento a 14 mesi per Vece (condannati anche i colleghi), la sospensione dal servizio, il successivo trasferimento a Montecatini, poi a Pisa e infine a Firenze, come artificiere.

E per citare le parole di 16 anni fa dell'allora presidente della Regione Toscana Claudio Martini, “se tra i giovani che hanno subito quel pestaggio non ci fosse stato il figlio di un sottosegretario l'episodio non sarebbe mai venuto a galla". Eh sì, perchè Vece e i suoi colleghi pestarono di botte il figlio dell'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vannino Chiti. Vece oltre a picchiare quei ragazzi era accusato, e ha patteggiato la pena, di aver falsificato i verbali di quella storia.

Oggi, è giusto provare compassione e anche commozione per questo poliziotto ferito. Sono sentimenti ed emozioni a cui la natura umana cede e di cui sente il bisogno, quasi come per sapersi persone migliori. Viviamo una società portata a giudicare tutto, che si esprime con un like, in maniera netta. Viviamo in una società capace di farsi incantare. Ma attenzione a celebrare nuovi eroi. Mario Vece non lo era e non lo è diventato dopo quella bomba. Oggi, è giusto celebrare il caro prezzo di quello che significa portare una divisa, ma può anche essere l'occasione per ricordare di non abusarne mai.

domenica 1 gennaio 2017

Diciassette



A me, quest'anni tutti belli in fila stanno cominciando a fare un effetto un po' strano. Però è molto diverso dalla solita sindrome del tempo che passa o roba del genere. C'è solo il presente e la propria realtà, sociale e personale. Il passato è stato una sequela di presenti; il futuro lo sarà fino all'ultimo momento, all'ultimo presente. 

L'effetto strano che dicevo, comincia dai numeri; i quali, che indichino "anni" o altre cose, sono comunque una convenzione. In base a tale convenzione, è appena cominciato il Diciassette con la forza latente e insopprimibile della superstizione. Cent'anni fa, nel Diciassette del XX secolo, c'era la guerra; quest'anno, nel Diciassette del ventunesimo, pure. Lo sai che è morto lo zio? O poeròmo, era del Diciassette. E così si fa la festa, si mangiano le lenticchie e si tirano i petardi più o meno ovunque ci si trovi. 

La mattina del primo giorno del Diciassette ci si sveglia, si accende la scatoletta colorata che ci ha risucchiati tutti quanti, e si legge che in un dato luogo del pianeta Terra un paio di tizi vestiti da Babbo Natale sono entrati in un locale dove c'era gente che festeggiava e hanno cominciato a sparare con l'invenzione del compagno Kalašnikov. Almeno quaranta morti, e almeno settanta feriti. Così, zac. Una cosa normale, anzi normalissima. Talmente normale che non solo ci si è fatta l'abitudine, che accada a duemila chilometri di distanza o accanto a casa propria. Si è anche totalmente smesso di provare almeno a pensare da che cosa possa realmente derivare tutto questo.

Cosa che, in realtà, serve lo stesso a poco o nulla. Con la collezione di sbagli e contraddizioni che tutti noi siamo, compresi soprattutto coloro che sono arcisicuri di non sbagliare mai e di essere, come si suol dire, lineari, siamo condannati all'impotenza. L'impotenza del Diciassette, uguale a quella del Sedici, e che sarà uguale a quella del Diciotto. Conati a volte seri, a volte buffi, a volte semplicemente assenti. 

Ma, naturalmente, si tirerà in qualche modo avanti. Raccattando quel poco che è rimasto, inclusa la convinzione di star facendo qualche cosa di concreto. Agendo sempre per le famose Masse, e ricevendo una congrua dose di Massi, addosso. Comincio però a sospettare che, alle Masse, importi poco o nulla di farsi agire per, ma che meravigliosa costruzione sintattica. Che il Diciassette sia l'anno degli Anacoluti.

Da qualche altra parte, sempre in questo primo giorno del Diciassette, leggo che una signora birmana, o del "Myanmar" come si deve dire ora ufficialmente, qualche anno fa era una campionessa dei diritti umani. Figlia di un generale, andava in galera, lottava, prendeva il premio Nobel per la "pace", incassava sostegno e solidarietà da tutto il mondo in nome della democrazia e quant'altro. Oggi, invece, si viene a sapere (a dire il vero non proprio da oggi, ma pazienza) che la stessa signora agisce in pratica da dittatòra, perseguita le minoranze etniche e si vede al riguardo persino recapitare petizioni di fuoco firmate da altri premi Nobel per la pace (alcuni dei quali, va da sé, il loro contributo più o meno diretto alla guerra lo hanno portato eccome).

Solo un paio di cose così, appartenenti al presente. Al Diciassette, giorno Uno. Noialtri, nel frattempo, si continua a non combinarne una giusta, nelle nostre vite che non si sa nemmeno più che cosa siano. Je voudrais avoir la foi, la foi de mon charbonnier.... (qui est heureux comme un pape et con comme un panier). Si continua imperterriti a mandare avanti la specie umana per, poi, far di tutto per distruggerla nelle barbe. Si continua a decidere di credere in qualche cosa, di fatto non essendo più disposti neppure a credere in se stessi. Misure e parametri. Scheletri nell'armadio, che la fanno da padroni. Verità e "rivoluzioni". Pallonate. 

Finzioni. Finti amici, e anche finti nemici. Lo sono io, lo siete voi, lo siamo tutti. Naturalmente, ero, sono e rimarrò un inguaribile ottimista. Finanche un modesto creatore di periferici scompigli, tranquilli, roba da poco, di quartiere, di ridottissima nicchia. Al momento di saltare in aria, o di essere schiacciato da un camion, o di essere sparato via per mano di qualche fede altrui, di qualche Verità, di qualche Presente, sarò opportunamente polverizzato nel Nulla.

E' una bella mattinata di sole, anche se fa freddo. Fra qualche mese farà caldo. Ieri sera mi sono divertito come un matto, io l'Asociale, espletando una Socialità che deve sempre scontrarsi per esistere e resistere. Qualcheduno stava morendo; qualchedun altro stava nascendo. Tutto normale. Tutto cambierà quest'anno, ovviamente; come potrebbe essere altrimenti? 

E non fateci nemmeno troppo caso, se avete letto questa cosa. Se c'è una cosa, almeno una, nella quale sono sempre stato lineare, è quella di non prendere me stesso mai sul serio; quindi, non vedo come mai dovreste prendere sul serio quel che scribacchio qua e là. 

Buon Diciassette a tutti, a tutte, nessuno escluso, nessuna esclusa.


venerdì 30 dicembre 2016

Per chi è di, o si trova a Firenze: CAPODANNO E PRESIDIO A I'ROVO!



CAPODANNO E PRESIDIO A I'ROVO
SABATO 31 DICEMBRE A PARTIRE DALLE ORE 20.30
I'ROVO - PER UNA TERRA SENZA PADRONI
Via del Guarlone 25 - Firenze Sud (Rovezzano) - Capolinea bus 20 via Comparetti

QUEST'ANNO, I' CAPODANNO NOIALTRI 
LO SI PASSA A I'ROVO.

Il capodanno scorso, I' Rovo non era ancora presidiato e abitato stabilmente come ora.
Per questo, la notte tra il 31 dicembre 2015 e il 1° gennaio 2016, 
qualcuno ne approfittò per attaccarlo, gettandoci una molotov dentro.
I danni furono enormi.

Quest'anno la situazione è cambiata radicalmente; magari, se ti viene la voglia,
approfittane anche tu per venire a vedere.

QUEST'ANNO SIAMO LA', SI PRESIDIA E SI FA FESTA.

A partire dalle ore 20.30 di sabato 31 dicembre,

VIENI A I' ROVO
PORTA QUELLO CHE TI PARE 
(roba da mangiare, dolci, vino, bottiglie), MA PORTALO.
LASCIA UN CONTRIBUTO LIBERO.

C'è la luce elettrica grazie a un pannello solare
Ma i tuoi contributi liberi saranno utilizzati per comprarne un altro.
Le stanze sono riscaldate.
Vèstiti comunque peso perché il 31 notte sono previsti i meno due o meno tre.
La roba gli è bona.

PE' VENIRE A I' ROVO:

- Puoi prendere il bus 20 e scendere al capolinea di Via Comparetti
(ma stai attento perché il 31 l'ultima corsa è circa alle 20, informati !)
Poi ti fai 300 metri a fettoni per via del Guarlone

- Puoi prendere il treno da Firenze SMN o Firenze Campomarte
scendendo a Firenze Rovezzano (vale anche biglietto bus)
(partenze da SMN: 18,22 - 19,22 - 20,22
arrivo a Rovezzano: 18,31 - 19,31 - 20,32)
Attraversi il sottopasso e sei già a I'Rovo

- Se vieni in macchina o con mezzo proprio:
Prendi via del Guarlone
dalla rotondona di via del Gignoro davanti all'Esselunga

CAPODANNO E PRESIDIO A I' ROVO

- Se sei stufo della solita festa in casa
- Se sei allergico a i' cenone alla Fantozzi
- Se 'un ti va il concertone di merda di Nardella & co.
- Se 'un sei lo snob che passa il capodanno da solo
bevendo buon whisky e ascoltando jazz più palloso di una conferenza di Mario Monti
- Se vuoi conoscere tipi parecchio strani, NO TAV pistoiesi e parkouristi di Gaza
- Se 'un ti va più nemmeno la cucina pentastellata d'i solito centrosociàle stalinista
- Se vuoi conoscere una realtà diversa nel tuo quartiere e nella tua città

VIENI A I' ROVO !!!!