lunedì 5 dicembre 2016

Morto un cazzaro, se ne fa un altro



E così, il Cazzaro Fiorentino® (*) è stato mandato a casina sua, a Pontassieve, assieme alla brava e fedele mogliettina e a tutta la sua famigliuola. Impareggiabile, ieri sera, la commozione di Matteino mentre, annunciando le sue dimissioni dopo la spaventosa pedata nel deretano che gli è stata ammannita, ringraziava l'Agnese sapientemente inquadrata per qualche secondo dai cameramen, riuscendo anche in quel süpremo momento a coniugare finzione e arroganza; ma gliele avranno insegnate pure quelle, nei Boy Scout (visto che li ha citati pure nel suo discorsetto di dimissioni)? Chissà. 

Altrettanto impareggiabile, va detto, l'atteso teatrino dei vincitori. La "costituzione italiana" che Renzi voleva riformare, come sarà peraltro noto alle 14 persone che ancora leggono 'sto blog, non mi ha mai né entusiasmato, né sdilinquito o altro, e non sono mai riuscito a capire perché dovrebbe essere "la più bella del mondo" o, comunque, più bella di quella francese, o sudafricana, o del Suriname. Le "costituzioni" degli stati, generalmente, sono tutte la medesima zuppa di meravigliosi princìpi, di eguaglianze, di parità, di libertà e quant'altro; peccato che siano tutte quante carta straccia, fuffa nata da compromessi, da "assemblee costituenti", da gran giuristi per i quali "diritto" e "astrazione" hanno sempre fatto rima baciata. Però, vedere certi individui che ora fanno i "difensori della costituzione" è uno spettacolo assolutamente comico, e non lo dico perché i comici® sono oramai diventati parte integrante della politica istituzionale di questo paese.

Insomma: Morto un cazzaro, se ne farà un altro. Si passerà dal Cazzaro Fiorentino® al Cazzaro Genovese®, o al Cazzaro Milanese® (Milano, di cazzari, ne sforna a getto continuo). Dal cazzaro delle "riforme" con tutta la sua corte leopoldiana (aveva arruolato persino, nella sua kermesse, la donna sfregiata con l'acido e il medico dei profughi; ma si saranno resi conto a che cosa si sono prestati, e a quale scopo?), ai cazzari del populismo, delle "exit" e di tutto il resto. Cazzari che non aspettano altro che di "riformare" a loro volta, vale a dire di riformare il Nulla®. Ci attendono altri tsunami di Rinnovamenti, di Anti-Casta e via discorrendo, magari sulla scorta del Megacazzaro® che è andato di recente al potere negli Stati Chiave d'America battendo una congerie di altri cazzari che, peraltro, avevano recentemente ospitato in pompa magna il Cazzaro Fiorentino® e la sua corte alla Casa Bianca. 

Ci toccava vedere, ieri sera, uno come Renato Brunetta che sembrava, dai toni che praticava, appena sceso dalle montagne col fucile in mano, dopo avere eroicamente lottato per la libertà. Ci toccava vedere un nazista grassoccio e untuoso come Salvini che faceva il Costituzionòfilo®; il che, agghiacciantemente, forse la dice tutta sia sul suddetto, sia sulla "costituzione" stessa. E, più che altro, ci tocca eternamente vedere una "incazzatura popolare" che si traduce in matite (più o meno cancellabili), in urne, in cabine, in percentuali e in bandiere.

Dicono che, col voto di ieri, siano state "sconfitte" le tecnocrazie finanziarie nazionali e internazionali, e che i loro esecutori (come Renzi, ma ovviamente non solo lui) siano stati "spazzati via". Ora, vorrei fare una retorica domanda a tutti e tutte: ma ci credete veramente? Cioè, credete che un minus habens come Grillo, munito d'altrettanta corte fatta di giovanottine in tailleur e trentacinquenni dalla faccina pulita più o meno imbarbettata, abbia intenzione di prescindere dalle tecnocrazie eccetera? D'accordo, non ce lo vedete. Allora ci vedrete Salvini, ci vedrete Brunetta, ci vedrete tutti quelli delle ricettine semplici semplici, l'uscita dall'Euro, l' "exit" dall' "Europa" munita di immancabile prefisso e quant'altro. Insomma, dàài, ci vedrete tutta una serie di altri cazzari che non sarebbero capaci di uscire nemmeno da un cesso con la serratura guasta, figuriamoci da un sistema. Perché è quella, la paroletta che non si può nemmeno azzardare a pronunciare.

Dicono anche che, ieri, il "popolo" si sia rotto i coglioni di essere "trattato come merce".

Quando il "popolo" si incazza davvero, di essere trattato come merce, di solito però fa in un altro modo, o perlomeno faceva, in modi un po' diversi da un referendum del cazzo. Io non sarei così certo che il "popolo" abbia poi poi tutta questa gran voglia di non essere trattato come merce, quando la merce è ciò a cui aspira, ciò che fa la differenza, ciò che sta profondamente dentro la testa e che, oramai, impronta le vite di (quasi) tutti, le relazioni umane e sociali, l'esistenza fin dalla sua prima scintilla. I mercati, insomma. Dal Mercato, nessuno (o quasi) vuole uscire. Nessun "mercatexit". Meglio uscire dalle "unioni europee" e dalle "monete uniche"; pensate un po' se saltasse fuori qualcuno, invece, che vuole uscire fuori dal Denaro. La "soldexit". O qualcuno che vuole uscire fuori -ahhhhh, lo sto per dire!- dal Capitalismo®. 

Con cosa, con un referendum? Cambiando un cazzaro di destra di Firenze con un altro cazzaro di destra di Genova, di Milano, di Timbuctù, in un paese peraltro assolutamente marginale, e che riceve attenzione solo in quanto tassello, o ingranaggio? Se vi contentate, auguro a tutte e tutti un buon Cambio di Cazzaro®. Magari il prossimo, la vostra cara e bella costituzione, che oggi difende tanto accoratamente assieme alla Democrazìa® e alla Libertà®, ve la cambierà pure senza il referendum; ma tanto, su, confessate: non è che ve ne fregava granché, della Costituzione, del Senato, del "CNEL" e di quant'altro.

Ve ne fregava, e anche giustamente, di mandare a casa un arrogante pupazzetto, l'ennesimo imbonitore prodotto da una matrjoška di poteri, il solito riformatore innovatore di qualcosa che non può essere né riformato e né innovato, perché i suoi meccanismi sono sempre quelli. Ora soltanto con un po' di tecnologia di controllo in più, mettiamola così. Benissimo: lo avete, lo abbiamo mandato a casa, almeno per un po'. Nunc est bibendum. Domani è un altro giorno, e in questo domani sarete, saremo esattamente la stessa merce di prima, in attesa che Dio ci veda in un'altra cabina elettorale, prima o poi. O anche no.

Altre dimissioni, poi. Altre mogliettine, altre lacrimucce, altre "riforme". Terminerà anche la stagione del "populismo", e verrà chissà che cosa nel rimescolamento interno di qualcosa che non dovrebbe essere rimescolato, ma fatto esplodere. Costa carissimo, non essere più merce. Costa molto più del marchingegno elettronico, o del pranzo a strippapelle, o di qualsiasi oggetto e merce che ti accingi ad acquistare per il Natalino prossimo venturo. Costa molto di più anche della tua fame, autentica o finta, della fame che ti spinge a montare su un barcone o di quella che dichiari perché hai la "famiglia che non arriva a fine mese" o roba del genere. Costa troppo, e allora è meglio spedire a casa il Cazzaro Fiorentino®.

(*) Usuale definizione di Alessandra Daniele su "Carmilla Online". (ndr)

Post Scriptum:
Che goduria, però!
(e vabbè.)

domenica 4 dicembre 2016

mercoledì 30 novembre 2016

Smartzombies




Controllata®, Controllato®: ho una sincera e grande ammirazione verso di te.

Anche a me piacerebbe essere un Controllato Consapevole®. Ai (pochi) pazzi che mi dicono, ad esempio, che “Facebook” è il migliore e più capillare sistema di controllo e di (auto)schedatura di polizia che sia stato escogitato, roba da spedire la Stasi tra le barzellette di Pierino, piacerebbe davvero tanto rispondere: “Dipende dall'uso che se ne fa”. Ti vedo, Controllata, Controllato, mentre lo pronunci pressoché trionfante, mentre il matto asociale che ha osato tace con la coda tra le gambe, senza sapere più che cosa dire. L' “uso che se ne fa” è un caposaldo intangibile, che sta scalzando letteralmente Iddio dal trono, in tutte le sue variopinte declinazioni. Del resto, Controllata, Controllato, avrai presente di quando Zuckerberg® è arrivato in visita in Italia, ricevuto con gli onori di un capo di stato persino dal Papa®.

Ammirandoti sempre di più, piacerebbe immensamente anche a me essere intervistato per la strada da un qualche operatore dei media, dopo un qualche fatto di cronaca che ha scosso l'opinione pubblica, realizzando peraltro anche l'eterno sogno di apparire seppur per trenta secondi sui teleschermi. Pronunciare con aria afflitta, indignata, preoccupata frasi fatidiche come “qui non si vive più” o “nessuno fa qualcosa”, "era una famiglia normale" o "era una persona solare" per poi avviarsi verso il supermercato già agghindato per il natale il dodici di settembre o roba del genere, o magari tornare verso casa per prepararsi alla cena o a una bella strage in famiglia. Quando sei solare, però, di solito sei morto ammazzato. Sia detto tra parentesi. Considera perlomeno di diventare lunare, o venusiano.

Mi piacerebbe in modo esagerato invocare più sicurezza, più controllo (appunto), più telecamere, più polizia, più carabinieri, più soldati, più delatori, più ogni cosa insomma. Mi piacerebbe sentirmi autenticamente più sicuro quando entro dentro la stazione centrale trasformata in una specie di Santiago dopo il golpe di Pinochet. Blindati, giovani e pettoruti soldati coi fucili d'assalto, negozietti alla moda al posto delle sale d'aspetto, ci scusiamo per il disagio e mitragliette automatiche. Purtroppo per me, non solo non mi sento affatto più sicuro, ma non me ne importa nemmeno nulla. Devo essere, e me ne rendo conto, totalmente malato.

Non immagini neppure, Controllata, Controllato, quanto vorrei sentirmi amica la telecamera. Offrirle un mazzolin di fiori mentre mi sorveglia e mi traccia ad ogni passo che faccio, per proteggermi dal malintenzionato, dall'abusivo e dallo stupratore. A tale ultimo riguardo, però, sono certo che la telecamera non la vorresti in casa tua mentre pesti a sangue tua moglie e magari pure la accoltelli con scrupolo perché vorrebbe separarsi. A dire il vero, Controllata, Controllato, qualche bestemmia quando la tua amica telecamera o qualche altro marchingegno del genere ti becca a 130 all'ora dove c'è il limite di 50, un po' ti incazzi pure tu; ma vuoi mettere. Essere seguito e spiato ovunque non ha prezzo.

Amerei non so dirti come e quanto poter entrare sul tram, in autobus, in treno, o semplicemente camminare per la strada, con in mano uno di quegli apparecchi colorati e di tutte le fogge, e immergermi a spippolare freneticamente, a scorrere paginette con foto di grandi amici e grandi amiche, a conversare di cose sicuramente importantissime, a stare a decidere che cosa si fa stasera per poi non fare, naturalmente, nulla se non continuare a decerebrarsi -pardon, a dipendere dall'uso che se ne fa. Mi piacerebbe finalmente poter avere i miei cinguettii elettronici, perché vuol dire che -in quel momento- sono in contatto
 
Darei un rene, o classicamente una libbra di carne viva al mercante Shylock, per essere un minorenne de' tempi d'oggi. Per ritrovarmi in una scuola-lager col preside sceriffo che ha la sacra missione di far rispettare la legalità. Pagherei per fare l'okkupazione della suddetta scuolina, e ritrovarmi rispedito a casa a calci e a ceffoni dai genitori che, magari, una ventina d'anni fa avevano fatto l'Onda, la Pantera o chissà quale altra cosa curiosamente somigliante al Palio di Siena. Sbaverei per ritrovarmi denunciato o agli arresti domiciliari per aver fatto una scritta su un muro la quale, tanto, sarà cancellata in pompa magna da un sindaco del bello. Senza contare quanto bramerei di poter cadere nella madre dei peccaminosi crimini: fumarmi una sigaretta a scuola. Crimine contro la salute, per altro. Vorrei che, finalmente, il tabaccaio mi chiedesse i documenti se voglio comprarmi un pacchetto di proibitissime sigarette, senza più nemmeno la scusa che sono per il babbo o per la mamma. Genitori debosciatissimi, tra l'altro. Vorrei che il bravo nonno che legge il giornale di regime al bar mi dicesse che me lo merito che m'abbiano stuprata, perché vado in giro vestita da troietta a quattordici anni e mezzo, invocando però la pena di morte per il GPI (Grande Pedofilo Internettaro®) e preparandosi a toccare il culo alla nipotina. E' un'autentica delizia essere minorenni, adesso; ci si resta, tant'è vero, fino a circa quarant'anni inoltrati. Forse anche cinquanta o sessanta.

E che dirti, poi, di quanto mi piacerebbe poter esprimere il mio istantaneo parere a centoquaranta caratteri, che si tratti del goal di Ronaldo, del ponderoso concetto di Giorgio Agamben o del fatto che sono sull'autobus e mi sta bruciando il culo? Ricevere dopo dieci secondi risposte da mezzo mondo dove si dice, cancelletto # alla mano, che è meglio il goal di Lapadula, che è più ponderoso il concetto di Moishe Postone oppure che avrei fatto meglio a pulirmelo meglio dopo cacato? Riesci a immaginarti, Controllata, Controllato, quanto agognerei ad insultare la #Boldrini o qualche altro/a politicante con i peggio orrori, e poi magari ritrovarmi pubblicamente sputtanato coi giornalisti alla porta, piagnucolando, scusandosi, biascicando dei “non so perché l'ho fatto, sono povero, non arrivo a fine mese, pago troppe tasse, ho perso tutto alla banca Etruria, mi dispiace tanto, non volevo”? Così, come quella signora qualche giorno fa, scoprirei finalmente l'uso che se ne fa, oppure l'uso che fanno di te, in modo deliziosamente capillare.

Mi piacerebbe troppo tutto questo. Sentirmi finalmente un piccolo ometto in un ingranaggio universale, un perfetto nessuno sorvegliato giorno e notte fin nel mio letto. Mi piacerebbe poter essere un terremotato di cui vengono filmati gli ultimi istanti di vita perché di fronte a casa mia, alle ore 3,32 o 18,50 o 9,45 c'è una telecamera che riprende la disastrosa scossa e la casa che crolla. Mi piacerebbe essere tracciato ovunque io vada e, a pensarci poi bene, lo sono comunque, che lo voglia o meno. Di isole deserte non ce ne sono più; e se anche ci fossero, sai che du' par di coglioni senza contare il rischio di vederti comunque piombare addosso tutta la troupe dell'Isola dei Famosi. Mi piacerebbe provare sulla mia pelle tutto il profondo senso del degrado e dell'insicurezza. Mi piacerebbe finalmente partecipare anche io alla fiaccolata, alla barricata di Goro e Gorino, al gruppo dei genitori su Whatsapp ('o whatsappatore: i figli so' piezz' 'e core), al cyberbullismo®, agli indignados, al votasì o votanò, e a tante altre decine di migliaia di meravigliose cose che mi sono precluse per la mia assurda e inutile ostinazione.

Significherebbe, finalmente, che sono diventato una persona normale. Come mi disse al telefono, due o tre anni fa, una mia ex fidanzata dell'adolescenza, facendo pure l'accento romanesco. Aveva, peraltro, perfettamente ragione: si pensi che la poverina dovette, per contattarmi dopo una decina d'anni e rotti dall'ultima telefonata, ricorrere al numero di telefono che prima scrivevo su questo blog e “anonimizzarsi” il suo. “Ma nun te riesce de diventà normale?” 

 
Eh no, nun me riesce. E non me ne beo affatto. Tanto, vorrei ripeterlo, Controllata, Controllato, sono comunque come te e non ci posso fare nulla. Tutti sanno perfettamente che ieri sera, alle 20,05, ero al Penny Market accanto a casa mia a fare un po' di ordinaria spesa: tutto è videosorvegliato. Tutti sanno tutto, di me, di te, di noi, di voi. Le nostre antiche città sono stracolme di gente normale che vive normalmente tutto questo, non solo non curandosene minimamente, ma anzi invocandolo, promuovendolo, approvandolo incondizionatamente; e quando il malvagio attentatore salirà su quel tram o su quel treno, o entrerà nella stazione militarizzata, sarà troppo breve l'istante per rendersi conto in quale tragica baggianata ci siamo infilati tutti quanti, noi Controllati, noi morti viventi, noi teste chine senza speranza, noi Smartzombies.

A George Orwell.

sabato 12 novembre 2016

Sogno d'autunno



Piazza Santa Croce, 12 novembre 2016.
(ah no, 4 novembre 1966. Peccato.)

sabato 5 novembre 2016

Costoro


Costoro sono quelli della democrazia. Sono quelli che si scandalizzano per la repressione di Erdogan, salvo dargli immediatamente tutto il sostegno necessario quando il ducetto turco si fabbrica gli autogolpe. Sono quelli che sono per la libertà di espressione e di manifestazione quando riguarda Yoani Sánchez o i fascisti ucraini, ma che vietano le manifestazioni in casa propria mentre ci hanno le loro "kermesse" di merda. Sono quelli a cui piacciono da morire le zone rosse, che siano per un terremoto o per il blocco di una città intera per proteggere i loro mandanti. Costoro sono quelli della democrazia, sì.

Sono quelli che si presentano con decine di blindati, tutti in tenuta antisommossa, pronti ai loro sbarramenti delle strade, alle cariche di alleggerimento (e se non avete mai provato un simile "alleggerimento", vi consiglio di sperimentare quanto sia lieve, soave, etereo), alle manganellate, agli arresti. Specialmente quando a una piazza intera che intendeva manifestare per o contro una data cosa, il diritto di manifestare viene negato un giorno e mezzo prima dello svolgimento. Erano arrivati gli ordini: i damerini della "Leopolda" non desideravano essere disturbati perché loro ci hanno il "futuro". Così recita infatti lo slogan affisso all'ingresso della vecchia stazione fiorentina trasformata, suo malgrado, in letamaio renziano: Il futuro, adesso. Cosa sarà il "futuro, adesso"? Io adesserò, tu adesserai, egli adesserà? Il lessico-base del cazzaro di Rignano sull'Arno ci ha sempre questo "futuro" nel mezzo, a parte quando deve mandare la sbirraglia a reprimere. Allora si torna al caro, vecchio, eterno passato.

Costoro, sono quelli che vengono barbaramente attaccati con poderosi carrelli di verdura (si veda la foto), con letali melanzane, con micidiali zucchine; di fronte a quest'armamento di filiera corta, cosa potranno i fucili d'assalto, i lacrimogeni al CS, i manganelli ad anima metallica? Infatti, come sempre, tra i tutori dell'ordine si sono lamentati i consueti moribondi. Ma come faranno? Secondo me, nelle questure ci devono avere delle apposite squadrette di consumati attori, che a turno interpretano i "feriti" e i "contusi". Ci hanno indosso armature che manco Brancaleone da Norcia, e si fanno contundere dalle melanzane e dai sammarzani. Poi, naturalmente, una volta filmati gli ammelanzanamenti, partono le denunce, gli arresti domiciliari, le carcerazioni. Dall'altra parte, qualche testa spaccata, qualche rivolo di sangue, gente che si riduce a croste di maalox e limone (sperabilmente anch'esso di filiera corta).

Costoro, sono quelli che obbediscono all'ordine di vietare una manifestazione, si dice, per il "No" al referendum, o per un "No" a Matteino, o -più in generale- per un "No" a tutte le bugie, le stronzate, le vuotezze, gli slogan, le arroganze e  le telesvèndite che ci propinano. "Svendita" è il termine che più mi viene in mente, in questi frangenti. Una svendita in cui non c'è neppure il classico miglior offerente; una svendita a "europe" fatte del doppio del niente, a "imprenditori", a "Eataly" (che ottimamente rappresenta il loro magna-magna travestito, naturalmente, da "cultura"). Firenze, in questo senso, è la città-simbolo, la perfetta vetrinetta da esibire all'occorrenza, il tesoruccio da blindare e da precludere a chi dice qualsiasi "No". Firenze è la città del Cazzaro, del resto; mi piacerebbe dire "suo malgrado", ma non è purtroppo così. Firenze è anche una città di tanti cazzari che hanno dato la spinta al boy-scout e alla sua ghenga. A meno che, a questa loro Firenze, non si cambi finalmente nome in "Leopoldville". Si tenga il nome di "Firenze" soltanto per coloro che non hanno ancora chinato la testa, nonostante tutto.

E, costoro, sono quelli che dalla loro "Leopolda", giustappunto, tutta bella agghindata e persino con la "amatriciana solidale" di cui spero s'ingozzino fino a farsi venire una cacaiola altrettanto solidale, mandano a dire: "Giù le mani da Firenze!" Avete capito? E' stato il "tweet" spedito dalla banda del Cazzaro riunita e ben protetta. Da Matteino, e dal suo cockerino Nardella (chiedo scusa, ovviamente, agli incolpevoli e graziosi cani cocker). Costoro, sono quelli che hanno messo le loro mani non solo su Firenze, ma su un paese intero. Sono quelli che, la Firenze sulle quali hanno messo le mani, la usano e la svendono a loro piacimento (per i summit, per i raduni dei "ferraristi" sul Ponte Vecchio, per gli addii al celibato miliardari in Palazzo Pitti, per le nozze dei figli dei nababbi indiani). Sono quelli che sequestrano un territorio per i loro porci comodi e per le loro festicciuole. Sono quelli per cui Firenze, ed ogni altra città, è uno scannatoio pubblico di esistenze. Sono quelli per cui la democrazia è perfettamente rappresentata dai loro sbirri, e che hanno paura persino di un carrello di verdura. Le "mani da Firenze" le dovrebbero togliere loro, perché sono mani sporche di sangue e di escrementi. Costoro, sono quelli che fanno il piagnisteo dei "cervelli in fuga", ma che si premurano, poi e piuttosto, di mandare in fuga migliaia di persone caricate dai celerini. Costoro, sono quelli che spediscono "tweet" con scritto: "Non ci avrete, incappucciati!" Ma certo che "non li avremo", visto che sono là tutti rinchiusi a mangiare "amatriciane solidali" protetti da un'armata intera e a esibire graziose ministrelle coi paparini banchieri, o bancarottieri che dir si voglia.

E' andata a finire, oggi, che un corteo c'è stato; ma in direzione ostinata e contraria a quella della "Leopolda". Talmente ostinata e contraria, da beccarsi un'altra carica in un paio di stradine strette (via della Colonna angolo via della Pergola, voglio essere preciso visto che i bollettini di regime, tipo "Repubblica", non ne fanno almeno per ora menzione). Dicevano, dal camion del "sound system", che oggi "ci siamo ripresi Firenze". Non sarei così ottimista. Non ci siamo ripresi un bel nulla. Firenze se la sono presa loro, ancora una volta, e sarebbe bene rendersene conto visto com'è andata. Per riprendersela davvero, Firenze, e per riprendersi ogni altra città, ogni altra esistenza, ogni altra piazza e ogni altro diritto, ci vuole ben altro. Ci vuole, soprattutto, che il "No" pronunciato forte e chiaro non sia rivolto esclusivamente a un "referendum costituzionale", agendo di conseguenza. E poiché, come si suol dire, "potrebbe andare peggio: potebbe piovere", tutto questo si è svolto, oggi sabato 5 novembre 2016, sotto uno scrupoloso diluvio.

Costoro, infine, sono quelli che a Firenze, in questi giorni, stanno "celebrando" il cinquantesimo anniversario dell'Alluvione. Tornando verso casa, sul tram, destino vuole che passi per forza proprio davanti alla "Leopolda", un bello spettacolino. Oltre allo striscione del "futuro", all'ingresso hanno piazzato un grosso gazebo; si vedono tante giacchine e tante cravattine, si vedono tanti bei trentacinque o quarantenni, tutti così imprenditorialmente casual, tutti così perfettamente sbirrati perché tra la "Leopolda" e Porta al Prato sembrava la sagra dell'autoblindo. Passandoci davanti, mi è venuto da pensare che il modo migliore per "celebrare" l'Alluvione, sarebbe stata una bella alluvioncina "ad hoc", strettamente localizzata, che li affogasse tutti. E senza nemmeno un "angelo del fango" che sia uno. Immaginarli che "twittano" "Giù le mani da Fir....glu bllh glu glu glu" mentre l'Arno fa il suo dovere, non ha avuto prezzo.


lunedì 24 ottobre 2016

Motoseghe



Oramai tanti anni fa, mi ero messo a fumare una sigaretta fuori dall'uscio di casa, in una notte di marzo. Ci avevo da ragionare sull'inverno che se ne stava andando, mentre ora sta arrivando. Guardavo i tre maestosi pini nel giardino sopra casa mia, e l'aggettivo "maestosi" non era sprecato; in un cielo terso, la luna piena.  Avevo persino, ad un certo punto, fatto una fotografia ai tre altissimi pini e alla luna; senza sapere che, di quei tre alberi, non sarebbe restata che questa immagine.

Pochi giorni fa, si sono presentati degli operai di una qualche ditta specializzata, con tutta l'attrezzatura necessaria: furgone, imbragature, motoseghe. Non so quanti anni avessero quei tre pini, che erano cresciuti fino a superare  l'altezza del condominio antistante. Sì, perché se ne stavano in un terreno condominiale, agghiacciantemente condominiale. Qualcuno li aveva fatti piantare, chissà, per fare ombra o per purificare l'aria; oppure c'erano già quando il palazzone era stato tirato su. 

Un mio amico, che fa il giardiniere, dice che piantare pini (e pini di quella fatta, specialmente) in città è praticamente un delitto. Sono alberi da pinete, non da città. In città soffrono, si ammalano e muoiono. Sono alberi fragilissimi: vanno giù a un colpo di vento un po' più forte degli altri. E siccome si arrampicano su verso il cielo, se cadono sono pure molto pericolosi. E così, in questa città come in tante altre, se non ci pensano le malattie o il vento, ci pensano le motoseghe preventive. Comunque vada, vengono sterminati.

Me ne stavo, in quell'oramai lontana notte di marzo, a guardarli incantato mentre la luce della luna li faceva risplendere. Immobili, in una periferia che con una luna e tre alberi innalzava un grido di bellezza, e di quella bellezza che non si sa mai dire né troppo bene, e né troppo forte. Erano sempre lì, come di guardia, in qualsiasi momento del giorno e della notte. Erano lì quando uscivo e quando rientravo. Erano lì se mi andava di fumarmi un'altra sigaretta o far correre un pensiero. Erano lì la sera quando sono uscito per ritrovarmi, la mattina dopo, in un ospedale; erano lì quando sono tornato. 

Erano lì col gatto che provava, da piccino, a scalarli; erano lì la mattina che il gatto è stato schiacciato da una macchina, proprio di fronte al loro condominio. Erano lì e basta, come fratelli, come amici che aspettavano qualche volta un abbraccio. Sono stati abbracciati, infine, dagli operai che li hanno abbattuti per ordine superiore. Stando in un terreno condominiale, sarà bastata una riunione dei condòmini. Malati non sembravano di certo, tutt'altro; un po' piegati, perché quando si nasce pini ad un certo punto si pende da qualche lato, come la torre di Pisa. Però nessuno ha mai abbattuto la torre di Pisa perché pende da un lato, naturalmente.

Di che cosa avranno avuto paura, quei condòmini? Che alla prima ventata i pini cascassero loro sul groppone? Ci avranno avuto delle relazioni tecniche? Sarà stata una paura fondata o infondata? Non lo so. Non so proprio nulla. Non erano inclinati verso casa mia. Lo fossero stati, forse ci avrei avuto un po' di paura anch'io perché non voglio buttare croci addosso a nessuno. Ed è cominciato allora il sabba infernale delle motoseghe; via prima le chiome immense, i rami alti. Poi sono rimasti i tronchi, che anche da tronchi nudi incutevano ancora rispetto e meraviglia. Poi, via anche quelli, pezzo per pezzo. 

Legna da ardere, bella resinosa, dalla cui vendita ci si potrà un po' riprendere dalle spese. Monetizzazione. E lo spettacolo degli operai acrobati, arrampicati a venti metri d'altezza, coi pensionati e i bambini a guardarli mentre le motoseghe non fanno campare dal rumore. Hanno terminato pochi minuti fa: non c'è più niente, solo cataste di legna da portare via e immagazzinare. I tre pini hanno terminato la loro esistenza; quello che sto scrivendo, è la loro pietra tombale.

Gliela sto scrivendo perché stavano davanti a casa mia, perché erano un frammento di me e della mia vita. Perché erano una quotidianità. Perché, alle volte, mi allietavano senza chiedermi nulla in cambio. Perché, quando c'era un po' di vento, si muovevano e cantavano. Perché, assieme alla loro amica luna, mi hanno fatto alle volte brillare i miei occhi di orso peloso. Per tutte queste cose, e per altre ancora. 

Forse sarò un nemico della tecnologia sfrenata, ma sono almeno felice di aver preso quella fotografia di tanti anni fa. Non rimarrà altro di loro. Niente più sigarette fuori dall'uscio. Niente più notti di marzo. La luna si dovrà contentare, in questo infinitesimo granello di mondo, di risplendere su ordinari palazzoni di una periferia e su un campo sportivo. 

Mi era venuto di pensare che, magari, si ripianteranno da soli sulla luna. E poiché, come è noto, sulla luna ci stanno pure i gatti che hanno terminato le loro sette vite, si faranno pure riarrampicare dal mio con la sua coda nera lunghissima. Che si viva di sogni e di favole potrà anche sembrare bizzarro, ma alla fin fine i sogni e le favole sono ciò che non scompare mai, e che ti chiudono gli occhi, al momento in cui la motosega tocca a te, con uno scarabocchio di indomita dolcezza. Quei sogni e quelle favole, sei stato tu. Quei tre pini, sei stato tu.

Vorrei dedicare loro questa vecchia canzone, che li accompagni nel nulla. Parla di un altro albero come loro. Addio amici, non vi scorderò.







LA GRANDE QUERCIA 

‎ 

Lei viveva laggiù, in lande forestiere, 
non era affatto un arboscello da cantiere, 
la gran quercia che mai, dall'alto dei suoi rami, 
dové temere falegnami... 
‎ 
Ed avrebbe trascorso dei giorni spensierati, 
senza vicini inopportuni e ineducati: 
delle canne invidiose, neanche dei bambù, 
che proprio non le andavan giù. 
‎ 
Dalla sera al mattino, questi virgulti incauti 
nemmeno buoni a fabbricarci quattro flauti, 
le cantavano sempre l'odiosa ninna nanna 
della gran quercia e della canna. 
‎ 
E malgrado lei fosse del legno più imponente, 
la favola non la lasciava indifferente. 
Ed accadde così, che stanca di subire, 
decise un giorno di partire. 
‎ 
A fatica, strappò la radica sepolta 
e se ne andò senza voltarsi mai una volta... 
Ma soltanto io so come fu amareggiata 
quando lasciò la patria ingrata. 
‎ 
Al confine, trovò due bei fidanzatini 
che le proposero se con i coltellini 
gli lasciasse intagliare i loro nomi lì... 
e la gran quercia disse sì! 
‎ 
Solo dopo che i due viandanti innamorati, 
si sbaciucchiaron tanto da essersi stancati, 
ascoltarono allora la Grande Quercia che, 
piangendo, raccontò di sè! 
‎ 
‎“Grande Quercia, se tu vorrai venir con noi, 
le nostre canne non faranno i fatti tuoi... 
Ed avrai in casa nostra un comodo soggiorno, 
abbeverata ogni giorno!” 
‎ 
Oh, com'eran contenti, come'erano felici, 
la grande quercia insieme ai suoi due nuovi amici! 
E ciascuno dei due teneva in mano un ramo, 
dicendosi “Amor mio, ti amo!” 
‎ 
La piantarono ai piedi della loro bicocca! 
Capì che le promesse eran tornate in bocca; 
l'annaffiava, di rado, soltanto il nubifragio 
e la pipì di un can randagio.


Con le sue belle ghiande ci hanno sfamato i porci, 

con la sua scorza ci hanno fatto i tappi agli orci 
e ogni volta che c'era un nuovo condannato, 
lei ereditava l'impiccato. 
‎ 
Quel duo di traditori, vandalico ed abietto, 
la tagliò in quattro parti e ne produsse un letto. 
Ed aveva tanti amanti, l'orribile megera, 
che la consunse per intera. 
‎ 
Ed un giorno quel duo d' ipocriti dappoco 
la passò per la scure e la gettò nel fuoco, 
come legna da cassa e -che amaro destino!- 
la quercia perì nel camino. 
‎ 
Nella nostra città, un prete tanto pio 
non crede che il suo fumo s'alzi fino a Dio... 
Come fa quel tappetto ad essersi deciso 
che non ci sono querce in paradiso? 
‎ 
‎...che non ci sono querce in paradiso?‎

(traduzione italiana di Salvo Lo Galbo)


venerdì 7 ottobre 2016

Tu se' di quella razza




Tu se' di quella razza che sta fin troppo bene,
che un dì fece la fame, e or ci ha le tasche piene.
Lo posso gridà' forte, ed esser roboante:
Da' mòccoli alla Bibbia, da Woytilaccio a Dante.
Tu se' di quella razza che s'è certo evoluta,
Che fa far tre risate, incassa e poi saluta.
Eppur la storia insegna, e che lo si sentenzi:
Prima lo davi a i' sardo, ora dai i' culo a Renzi.
Di storie come queste ce ne son state tante,
Se l'era ancora vivo, lo davi ad Almirante.
Tu se' di quella razza che ci ha fregati a tutti,
Tu ce l'hai sciolto i' corpo, va', con que' farabutti.
Quella razza sei tu, è inutile far finta,
T' ha trombato il potere, e sei rimasto incinta.