sabato 16 agosto 2014

Urgente: Programma abbattimento controllato per leghisti


Vicino a Pinzolo, in Trentino, devono allignare dei geni. Tipo quel famoso cercatore di funghi che ieri, mentre si aggirava per il bosco pronto a raccogliere qualche bella amanita falloide ("ma mangiali i funghi raccolti dallo zio....lui è bravo, li conosce!") si è imbattuto in mamma orsa coi suoi due piccoli. E che ha fatto il nostro bravo fungajolo, che evidentemente deve avere la testa ancor più falloide dell'amanita? Mica si è levato dai coglioni con circospezione estrema; no, si è nascosto dietro un albero per "osservare". Lodevole intenzione; solo che pure a mamma orsa è venuta voglia di osservarlo. E siccome mamma orsa ci ha, direi, dei bei cinque o sei quintali di osservazione acuta, l'intelligentissimo fungaiolo è stato attaccato e, bontà sua, se l'è cavata con qualche ferita e, soprattutto, con l'indelebile marchio di pirla che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni.

La cosa parrebbe, e logica vorrebbe, che fosse finita qui: la classica "brutta avventura" ferragostana che poteva finir bene o finir male. E invece no; poiché non c'è mai limite all'idiozia, ecco che ti spunta, indovinate chi? Ma la Lega Nòrde! Poteva forse lasciarsi sfuggire l'occasione per esercitare l'arte della cretineria di area vasta, in cui essa è maestra? Poteva esimersi dal fornire il suo autorevolissimo parere? Impossibile. E, infatti, non contenta degli immigrati, dei gay, degli zingari, dei mendicanti e praticamente di chiunque, ora ha pensato bene di prendersela persino con gli orsi.

Così la povera orsa Daniza, la quale non è stata "introdotta" nella zona di sua spontanea volontà e deve portare il "radiocollare" per essere sempre localizzata, non soltanto non può avere una reazione normalissima (dato che è un orso) e rischia per questo di essere catturata e eventualmente abbattuta senza pietà dietro apposita e regolamentare ordinanza provinciale e in base al relativo "protocollo"; ma questi qui lo avranno saputo, al momento di reintrodurre gli orsi, che essi si comportano da orsi? Che non sono i gattini di YouTube? No, non soltanto questo. Deve anche beccarsi l'intervento leghista che chiede la fine del programma "Life Ursus" per la tutela e la protezione degli orsi nella provincia autonoma di Trento; ci ha, la Lega, da difendere gli interessi dei coltivatori e degli allevatori (peraltro instancabili devastatori di territori) i cui principali problemi, evidentemete, sono gli orsi che entrano nei loro meleti del cazzo. Fossi l'orsa Daniza,  a questo punto, dichiarerei la guerra. Altro che cercatore di funghi; andrei a fare una visitina, che so io, a qualche assessore e, soprattutto, a qualche leghista locale. Senza cuccioli al seguito.

Sono questi i risultati di una politica che ha lasciato proliferare indiscriminatamente "amministratori" e legaioli; si vogliono abbattere gli orsi, quando sarebbe bastato, negli anni passati, abbattere in modo controllato (e, naturalmente, regolamentato da un protocollo) qualche esemplare particolarmente problematico. Si metta ad esempio di essere tranquillamente nel bosco a cercar funghi, e di imbattersi non nell'orsa Daniza, ma in una bestia del genere:


Cosa si dovrebbe fare, considerato anche che non gli è stato applicato nemmeno il radiocollare? Un serio programma di abbattimento controllato e immediato avrebbe preservato da parecchie cose, anche tenedo conto che nei nostri centri abitati, e persino nei nostri parlamenti e nei nostri governi, sono stati introdotti animali come questo:


Ripeto: neppure per i leghisti, e ci tengo a sottolinearlo, sarei mai stato favorevole a un protocollo di abbattimento indiscriminato: assolutamente mirato e controllato. Sono certo che anche gli allevatori e i coltivatori ne avrebbero ricevuto assai più benefici di quanti ne possano avere ammazzando mamma orsa, soprattutto pensando che alcuni esemplari leghisti si sono occupati di politiche agricole, territoriali e comunitarie. Si potrebbe naturalmente obiettare che, al pari dell'orsa Daniza sotto minaccia di abbattimento per aver fatto la bua al fungaiolo, anche i leghisti hanno i loro cuccioli:


In questo caso, oltre a citare un celebre detto labronico (dé, sàrvamene un cucciolo!) ci sarebbe stato da considerare che un serio programma mirato & controllato avrebbe dovuto prevedere, sebbene la cosa possa apparire crudele, l'abbattimento anche di alcuni giovani esemplari oppure, come misura alternativa, la loro reintroduzione in territori lontani, tipo l'Albania (dove avrebbero potuto anche comprare qualche laurea).

Ma oramai il danno è fatto; e così l'orsa Daniza si ritrova a farne le spese. Ma occorrerebbe ricordarsi che non è mai troppo tardi, e che il tempo e lo spazio per studiare finalmente un serio programma di abbattimento controllato dei leghisti ci sarebbe, magari estendendolo in via eccezionale ad alcuni amministratori locali di altre congreghe.

venerdì 15 agosto 2014

venerdì 8 agosto 2014

mercoledì 30 luglio 2014

דאָס געטאָ פֿון עזה. Il ghetto di Gaza.

1.

מיר װאָס האָבן געלעבט
און זײַנען געשטאָרבן אין די געטאָס
צװישן הונגער און אָרעמקײַט,
מיר פּאַטרן ניט אַװסק דאָס װאָרט
ברידער.

װײַל מיר זײַנען און װילן
נאָר ברידער זײַן
פֿון זײ, װאָס האָבן געליטן
און לײַדן װי מיר

מיר װאָס האָבן געזען
שליסן זיך די טױערן
פֿון דער צײַט און דעם זכּרון
פֿאַר אַן אַרבעט
װאָס מאַכט נאָר שקלאַפֿן
אומענטשלעכע שמאַטעס אין די הענט
פֿון די פּײַניקערס

מיר װאָס האָבן געלעבט
און זײַנען געשטאָרבן אין די געטאָס
מיר װאָס זײַנען געגאַנגען
צו שװאַרצן און געשלאָסנעם טױט,
נײן.
מיר קענען נישט אַוועקפּאַטרן
דאָס װאָרט ברידער

2.

מיר פּאַטרן נישט אַװעק דאָס װאָרט ברידער
און דאָס װאָרט שװעסטער
און דאָס װאָרט קינדער
און דאָס װאָרט חבֿרים
און דאָס װאָרט שכנים
פֿאַר זײ, װאָס זײַנען ניט אונדזער ברידער
אָדער אונדזער שװעסטער
אָדער אונדזער קינדער
אָדער אונדזער חבֿרים
אָדער אונדזער שכנים

די װערטער זײַנען די אײנציקע זאַך
װאָס מיר האָבן
און אונדז איבערבלײַבט.
מיר פּאַטרן זײ ניט אַװעק
פֿאַר זײ, װאָס בױען געטאָס.
מיר פּאַטרן זײ ניט אַװעק
פֿאַר זײ, װאָס זעגן אונדז צו באַערן
און בױען די געטאָס בײַ די מוזײען.
מיר פּאַטרן זײ ניט אַװעק
פֿאַר זײ, װאָס פֿאַנגן און דריקן.
מיר פּאַטרן זײ ניט אַװעק
פֿאַר זײ, װאָס נעמט אונדזער נעמען
אונדזער לעבןס און אונדזער געשיכטעס
און אונדזער טױט
אום צו בױען מױערן פֿון געװײלטע פֿעלקער.
איר זײַט ניט אונדזער ברידער

3.

װאַרשע חרובֿ און פֿאַרחורבֿהט,
װאַרשע באַלאַגערט און געברענט
װאַרשע רוחות און חורבנות
װאַרשע אין אונדזער אױגן
װאַרשע אין אונדזער הענט
װאַרשע אין אונדזער לעבנס
װאַרשע אין אונדזער טױט
װאַרשע אין דעם קעגנשטאַנד
פֿון פֿרײַע מענער און פֿרױען
װאַרשע פֿון ברידער און שװעסטער

װאַרשע האָט ברידער און שװעסטער
װאַרשע האָט חבֿרים און חבֿרטעס
נאָר דאָרט, װוּ דער פֿלאַם
פֿון משוגען שטאָלצהײט האָט געשלאָגן.
נאָר דאָרט, װוּ דאָס קינד
גיט אָפּ מיט הענט אַרױף
צום סאָלדאַט.
נאָר דאָרט, װוּ מען װאַרפֿט
דעם שטײן קעגן דעם טאַנק.
נאָר דאָרט, װוּ מען מאַכט
דעם צוגעגרײטן חורבן.

װאַרשע האָט קײן ברידער
װאַרשע האָט קײן שװעסטער
דאָרט, װוּ װאַרשע װערט געניצט
אום אַנדערע הורבנות צו מאַכן.

װאַרשע האָט אױגן און געװיסן,
װאַרשע קענט דאָס געטאָ.
װאַרשע האָט ניט זײַן
פּריװילעגיע־נאַזיסטן.
װאַרשע קענט די נאַזיסטן
און דערקענט זײ גוט
אױך אין זײ, װאָס זעגן
זײ זײַנען ברידער און שװעסטער.
אזױ זײַן די ריכטיקע ברידער
אזױ זײַן די ריכטיקע שװעסטער
פֿון װאַרשע ניט אין דער װעלט
פֿון אױססשליסלעכע אַטאָמבאָמבן.
אזױ זײַן די ריכטיקע ברידער
אזױ זײַן די ריכטיקע שװעסטער
פֿון װאַרשע ניט דאָרט:
אַזױ זײַנען זײ אין עזה.

4.

אונדזער ברידער, אונדזער שװעסטער
האָבן נעמען, װאָס מיר האָבן ניט געקענט.
קײן יצחק, קײן רבקה
קײן שמואל, קײן שׂרה.
זײ הײסן איבראַהים, פֿאַטמאַ,
זײ הײסן מוהאַמאַד, לײַלה
זײ הײסן אַבער ריכטיק װי מיר:
זײ הײסן געטאָ.
זײ הײסן לאַגער.
זײ הײסן פֿאַרשטיקונג.

זײ הײסן רחל קאָרי
זײ הײסן װיטאָריאָ אַריגאָני
זײ הײסן די מױער חרוב מאַכן.
עס זײַן זײ, אונדזער ברידער,
עס זײַן זײ, אונדזער שװעסטער.

אין זײ דערקענגן מיר אונדז.
ברידער און שװעסטער פֿון די געטאָס
פֿון דער געשיכטע און דערצײַט.
פֿאַר זײ זינגן מיר
זאָג ניט קײנמאָל.
פֿאַר זײ פֿלאַנצן מיר
די געדענק־בעמער.
פֿאַר זײ שרײַבן טיר
די דאָזיקע װערטער
אױס דעם חושך און אױס די שרײַען
װוּ מיר לעבן אַ װײַטן טױט
און אָן אומקער.

מיר װאָס האָבן געלעבט
און זײַנען געשטאָרבן אין די געטאָס
צװישן הונגער און אָרעמקײַט,
מיר פּאַטרן ניט אַװסק דאָס װאָרט
ברידער.

ברידער און שװעסטער
אױס דעם געטאָ פֿון עזה
שלום עלינו.

1.

Noi che abbiamo vissuto
e siamo morti nei ghetti
tra fame e miseria,
non sprechiamo la parola
“fratelli”.

Perché siamo e vogliamo
essere fratelli soltanto
di chi ha sofferto e soffre
come noi.

Noi che abbiamo veduto
chiudersi i cancelli
del tempo e della memoria
di fronte a un lavoro
che rende soltanto schiavi
disumani stracci nelle mani
degli aguzzini

Noi che abbiamo vissuto
e siamo morti nei ghetti
noi che siamo andati
a una morte nera e chiusa,
no.
Non possiamo sprecare
la parola “fratelli”.

2.

Non sprechiamo la parola “fratelli”
e la parola “sorelle”
e la parola “figli”
e la parola “amici”
e la parola “compagni”
e la parola “vicini”
per chi non è nostro fratello
o nostro figlio
o nostro amico
o nostro compagno
o nostro vicino.

Le parole sono l'unica
cosa che abbiamo
e che ci rimane.
Non le sprechiamo
per chi costruisce ghetti.
Non le sprechiamo
per chi dice di onorarci
e costruisce i ghetti accanto ai musei.
Non le sprechiamo
per chi imprigiona e opprime.
Non le sprechiamo
per chi prende i nostri nomi
le nostre vite e le nostre storie
e la nostra morte
per costruire muri di popoli eletti.
Voi non siete nostri fratelli.

3.

Varsavia distrutta e smembrata
Varsavia assediata e bruciata
Varsavia fantasmi e macerie
Varsavia nei nostri occhi
Varsavia nelle nostre mani
Varsavia nelle nostre vite
Varsavia nella nostra morte
Varsavia nella ribellione
di uomini e di donne libere
Varsavia di fratelli e sorelle

Varsavia ha fratelli e sorelle
Varsavia ha compagni e compagne
soltanto laddove la fiamma
di folle superbia ha colpito.
Soltando laddove il bambino
si arrende con le mani alzate
al soldato.
Soltanto laddove si lancia
la pietra contro il carro armato.
Soltanto laddove si compie
lo sterminio preparato.

Varsavia non ha fratelli
Varsavia non ha sorelle
laddove Varsavia è usata
per compiere altri stermini.

Varsavia ha occhi e coscienza,
Varsavia conosce il ghetto.
Varsavia non ha i suoi
nazisti privilegiati.
Varsavia conosce i nazisti
e li sa riconoscere bene
anche in coloro che dicono
d'essere fratelli e sorelle.
Per questo i veri fratelli
per questo le vere sorelle
di Varsavia non sono nel mondo
delle bombe H esclusive.
Per questo i veri fratelli
per questo le vere sorelle
di Varsavia non sono là:
per questo sono a Gaza.

4.

I nostri fratelli e le nostre sorelle
hanno nomi che non conoscevamo.
Non gli Itzik, le Rivke,
non gli Shmuel, le Sore.
Si chiamano Ibrahim, Fatma,
si chiamano Muhammad, Layla,
ma hanno lo stesso nostro nome:
si chiamano Ghetto.
Si chiamano Lager.
Si chiamano Repressione.

Si chiamano Rachel Corrie
si chiamano Vittorio Arrigoni
si chiamano Abbattere il Muro.
Questi sono i nostri fratelli,
queste le nostre sorelle.

In loro ci riconosciamo.
Fratelli e sorelle dei ghetti
della storia e del presente.
Per loro cantiamo
“Zog nit keynmol”.
Per loro piantiamo
gli alberi della memoria.
Per loro scriviamo
queste parole
dalle tenebre e dalle grida
dove viviamo una morte lontana
e senza ritorno.

Noi che abbiamo vissuto
e siamo morti nei ghetti
tra fame e miseria,
non sprechiamo la parola
“fratelli”.

Fratelli e sorelle
del ghetto di Gaza,
la pace su di noi.

martedì 29 luglio 2014

Un dizionario di francese


Si dice che Gaetano Bresci, quando fu rinchiuso nell'ergastolo di Santo Stefano, sull'isola di Ventotene, si azzardò a chiedere se potesse avere qualche libro. Era persona di buona cultura, seppur autodidatta, ed era particolarmente dotato per l'apprendimento delle lingue; una volta emigrato a Paterson era stato fra i pochi italiani ad aver imparato rapidamente, e perfettamente, la lingua inglese. Dalla direzione dell'ergastolo dove era stato sepolto, e da dove sarebbe uscito morto non più di due anni dopo, gli fu risposto che, in quel momento, nella biblioteca del carcere si trovavano tre soli libri: le "Vite dei Santi", una Bibbia, e un vecchio dizionario scolastico di francese. Gaetano Bresci chiese di poter avere il dizionario; e gli fu concesso. Si mise ad imparare il francese da un dizionario bisunto, mandando a memoria parole su parole e senza poter scrivere nulla; l'apprendimento linguistico ridotto alla sua nudità. La parola. Anche quando fu ritrovato morto nella sua cella, ufficialmente suicida ma con parecchi e fondati dubbi al riguardo, il vecchio dizionario di francese era là vicino al cadavere.
Qualche tempo fa mi ero immaginato alcune delle parole che Gaetano Bresci potrebbe aver cercato in quel volume, per impararle; e che furono uniche testimoni della sua morte. Sono queste:

Prigione, Prison. Di là dal muro,
anzi, da ogni muro di pietre e frusta,
qualcosa che porta tracce di vento
e mare;

Catena, Chaîne. Le braccia, le mani
asservite al peso del silenzio duro
che sopporto; sfogliando pagine,
parole.

Luce, Lumière. Violenta a volte,
come nata dai refoli di sale,
ed altre senza nerbo, inane,
muta.

Potere, Pouvoir. A questa pagina
schizza dal fondo un'ignota
ma sempre presente scintilla
di rabbia;

Guardiano, Gardien. Roco macigno
di polverosa obbedienza al nulla,
di povertà d'ingranaggio secco,
di grido.

Merda, Merde. Apprendo questa
sontuosa, magnifica parola di storia
mentre riempio il bugliolo consunto
dei miei escrementi;

Pensiero, Pensée. Il volo durante
le ore più buie e infinite,
rumori che chiedono vita nascosta
e disfatta.

Il Re. Le Roi. Non so fare a meno
di premere il dito su quella parola,
come su quel grilletto nel parco
di luglio;

La Morte. La Mort. S'indugia e già viene
per mano dell'Istituzione suadente,
la tomba ed un numero scarno
nel suolo.


sabato 26 luglio 2014

Attila e sua madre

Negli anni '70, quand'ero ragazzo, le poesie di Attila József erano abbastanza conosciute; non credo che lo siano ancora adesso. Tra di esse, questa: „Mia madre”. Prima di parlarne un po', è bene di parlare della breve e tragica vita del più grande poeta ungherese moderno, un comunista che nemmeno la rivoluzione anticomunista del '56 si sognò minimamente di toccare. 

Attila József, o meglio József Attila (come è obbligatorio dire in ungherese), era nato a Budapest, nel quartiere popolare di Ferencváros famosissimo per una squadra di calcio, l'11 aprile 1905. Era figlio di un operaio, Áron József, e di una contadina, Borbála Pőcze. Il padre abbandonò la famiglia quando Attila aveva tre anni, e la madre non riuscì mai a mantenere i figli col duro lavoro di lavandaia a domicilio. Dire che la famiglia di Attila József era povera non rispecchia la realtà: lui, la madre e le due sorelle crepavano letteralmente di fame. Ad un certo punto la madre, sola, non ce la fece più e Attila, tramite un'istituzione nazionale di assistenza sociale, fu affidato ad una coppia di contadini che lo misero a spezzarsi la schiena nella loro fattoria. 

Attila era un ragazzo altissimo e fragile; le condizioni di vita erano talmente dure, che fuggi dalla campagna per tornare a Budapest dalla madre. La quale, nel 1919, morì di stenti e di lavoro pagato niente; aveva 43 anni. Venne quindi cresciuto dal cognato, tale Ödön Makai, che lo fece studiare in una scuola superiore; Attila era intelligentissimo, e aveva cominciato a scrivere poesie da giovanissimo. Ma non si trattava di poesiole rassicuranti e graziose: Attila vi metteva dentro tutto quel che vedeva attorno a sé. Miseria. Ingiustizia. Fame. Morte. Si iscrisse all'università di Szeged perché voleva diventare un insegnante, ma ne fu espulso per aver scritto una dura poesia di denuncia; da quel momento tirò a campare coi magri proventi dei suoi scritti, che qualcuno cominciava a conoscere. Immediatamente dopo, cominciò a dare segni di schizofrenia, finendo in cura psichiatrica. Il 3 dicembre 1937, dopo trentadue anni di questa vita, andò in una stazioncina di campagna dal nome per noi impronunciabile, Balatonszárszó, e si buttò sotto il primo treno che passava. Per divenire ed essere considerato il più grande poeta che il destino avesse dato all'Ungheria nel XX secolo dovette, naturalmente, provvedere a ammazzarsi dopo un'esistenza di merda; succede così.

Attila József e sua madre.
Attila József e sua madre.

Quando, il 6 gennaio 1931 (datava sempre scrupolosamente le sue poesie), Attila József scrisse questa poesia, sua madre era morta oramai da dodici anni; Attila, di anni, ne aveva ventisei. La sua lingua era, al tempo stesso, delicatissima e perfetta, e durissima e popolaresca. Col tempo, era diventata anche cinica, di quel cinismo che ha chi avverte attorno a sé, in ogni cosa, il peso di una società ostile. Ma era anche poesia lucidissima che esprimeva una coscienza di classe: per questo non è sbagliato dire che era un poeta proletario, uno dei principali che l'intera Europa abbia avuto. In tutto ciò che scrive si avvertono le sue concezioni sociali derivate dalla sua vita, dall'esserci dentro senza via d'uscita. Un suo verso dice: “Soltanto i poveri andranno all'inferno.” E', la sua, una poesia che non consola affatto; una poesia di risentimento, spesso faziosa, di durissima protesta. Ma, al tempo stesso, è una poesia semplicissima, non retorica, contenuta formalmente proprio per dare maggior mordente a ciò che vi si dice. Una cosa che in “Mia madre” è espressa al meglio. State per leggere ciò che è, a mio parere, uno dei capolavori della poesia del secolo passato.

La madre di Attila József era una donnetta striminzita, che a quarant'anni ne dimostrava venti di più. Proletaria, lavoratrice malpagata e donna. Con le spalle ingobbite. Anni dopo la sua morte, il figlio se ne ricorda, e se la ricorda così: portare a casa, per mangiare, qualche avanzo del padrone. Stanca e distrutta dal bucato imposto, perché il padrone deve avere la biancheria pulitissima. Spezzata dal capitalismo, e questa non è una metafora: così dice, precisamente, un verso della poesia. Ad un certo punto prorompe, inatteso, un monito. La madre diventa simbolo di tutte le donne proletarie, e di tutti i proletari. Dei poveri, degli sfruttati. Di milioni di esseri umani che, come lei, sono risecchiti e senza niente. Segno e simbolo del dolore del mondo, che è un dolore che ha una causa. Non dice di lottare, Attila József: ma leggendo ogni parola di questa poesia, ne dovrebbe venire l'imperativo categorico.

E' giunto quindi il momento, se non la conoscete, che la leggiate nella storica traduzione che ne fece un giramondo nato a Montalcino e dal nome bellissimo, Folco Tempesti, nel 1969. Buona lettura, e pensateci.

MIA MADRE

Una domenica sera mia madre è tornata
fra le mani recando due pentolini:
sorrideva in silenzio e s'è fermata
un po' nella penombra.

Nelle pentole c'erano gli avanzi
della cena dei nostri padroni;
anche a letto, dopo, io pensavo
che quelli ne mangiano pentole piene.

Mia madre, esile, scarna, è morta giovane:
le lavandaie muoiono presto.
Le gambe non reggono ai carichi,
la testa duole dallo stirare.

Ed è il bucato la loro montagna!
Per allietanti giochi di nuvole,
il denso vapore, e per cambiare aria
le lavandaie hanno, su, la soffitta.

La vedo: sta con il ferro da stiro.
Il capitalismo ha spezzato il suo fragile corpo;
si fece sempre più striminzita
- pensateci, proletari.

Si aggobbì per lavare:
ed io non sapevo che era ancora giovane.
Sognava di avere un grembiule pulito
e allora il postino la salutava.

A bögrét két kezébe fogta,
úgy estefelé egy vasárnap
csöndesen elmosolyodott
s ült egy kicsit a félhomályban.

Kis lábaskában hazahozta
kegyelmeséktől vacsoráját,
lefeküdtünk és eltünődtem,
hogy ők egész fazékkal esznek.

Anyám volt, apró, korán meghalt,
mert a mosónők korán halnak,
a cipeléstől reszket lábuk
és fejük fáj a vasalástól.

S mert hegyvidéknek ott a szennyes!
Idegnyugtató felhőjáték
a gőz s levegőváltozásul
a mosónőnek ott a padlás.

Látom, megáll a vasalóval.
Törékeny termetét a tőke
megtörte, mindíg keskenyebb lett :
gondoljátok meg, proletárok.

A mosástól kicsit meggörnyedt,
én nem tudtam, hogy ifjú asszony,
álmában tiszta kötényt hordott,
a postás olyankor köszönt néki.

lunedì 21 luglio 2014

E' stato lui !!!!



Quel maledetto.
Altro che Schettino: il comandante Puttino!
La verità sta finalmente venendo a galla. Pardon: sta venendo a refloating.
Del resto, uno che abbatte gli aeroplani delle vacanze può benissimo affondare le navi da crociera!
La comunità internazionale & democratica può e deve intervenire duramente.
Da applicare immediatamente pesanti sanzioni all'Isola del Giglio, a cominciare dalla sua immediata annessione alla provincia di Ustica.

TORNA IN RUSSIA, CAZZO!