martedì 25 novembre 2014

Yes, we can




Da oggi abbiamo imparato alcune cose. Ad esempio, che "per rendere una comunità migliore" bisogna pigliare un ragazzino negro e sparargli a morte. Così, tanto per fare. L'ha detto Baraccone Obama, di mestiere presidente degli Statunìti. Testuali parole. Tanto, poi, a chi lo ha ammazzato non viene torto un capello; licenza di uccidere. Il ragazzino di Ferguson aveva diciott'anni; quello pochi giorni fa a New York, dodici. Armeggiava con una pistola giocattolo, e gli è bastato per morire sparato dalla polizia. Chissà come sarà migliore la comunità; la prossima volta, per renderla ancor più migliore assai, si dovrebbe suggerire a una qualche polizia americana di sparare a un neonato in carrozzina, magari mentre armeggia col biberon. Se la cosa avvenisse su una scalinata, si potrebbe pure fare la riedizione della Corazzata Potëmkin.



Poi abbiamo imparato che la comunità migliore s'incazza, invece. Ed è necessario andare un po' a vedere come s'incazza. Attaccare la polizia, dare fuoco alle sue macchine, prenderla a sassate e quant'altro è, volendo, una cosa più che normale, quasi logica. Quel che, secondo me, merita più attenzione è l'immancabile saccheggio e distruzione dei negozi. Almeno dalle immagini disponibili, sembra che gli stores attaccati, saccheggiati e dati alle fiamme siano quasi tutti di oggetti, oggettini, roba elettronica, telefonini, stronzate limited, stracci vari. La violenza sembra scatenarsi sul superfluo. Su quello che non si può avere, avere, avere, avere, avere, avere.



In ultimo, abbiamo imparato che Repubblica s'indigna. Addirittura affida la sua indignazione al grande opinionista, il quale ci dice che i poliziotti americani ammazzano impunemente i ragazzini negri. Bene. Ora ci garberebbe, magari, che Repubblica mettesse in campo la stessa indignazione e gli stessi opinionisti quando, al posto dei lontanissimi ragazzini negri di Ferguson e di New York, ci sono i geometri romani, gli ex calciatori fiorentini, i passanti agitati milanesi, i carcerati livornesi, i diciottenni ferraresi o i pischelli napoletani sul motorino senza assicurazione. Tutto questo non mi risulta; e, come si vede, una discreta dose di ragazzini ce li abbiamo pure noi, senza andare a Ferguson. E pure il ragazzino negro, diciott'anni pure lui, che si butta dalla finestra (a Firenze) perché c'è una festa e i solerti vicini di casa chiamano direttamente la polizia. E muore, in mezzo agli stessi vicini che lo chiamano negro di merda.

Resistete / Ἀντισταθεῖτε


Resistete
a chi si costruisce una casetta
e dice: Ci sto proprio bene.
Resistete a chi è tornato
e dice: Grazie a Dio.
Resistete
al tappeto persiano degli appartamenti condominiali
all'ometto che sta in ufficio
della società di import-export
alla pubblica istruzione statale
al fisco
e pure a me che ve lo racconto.

Resistete
a chi dalla tribuna saluta
per ore e ore le sfilate
a quella sterile signora che distribuisce opere dei santi,
incenso e mirra,
e pure a me che ve lo racconto.
Resistete poi a tutti quelli che si dicon grandi
resistete al presidente della Corte d'Appello
alle musiche, ai tamburi e alle parate
a tutte le corti supreme che blaterano
(bevon caffè loro eccellenze i Consiglieri)
a tutti quelli che scrivono discorsi epocali
appiccicati alla stufa da pieno inverno
alle adulazioni, agli auguri e a tutti questi inchini
da parte di scribacchini e servi verso il loro savio caporione.

Resistete agli Uffici Stranieri e Passaporti
alle tremende bandiere degli stati e alla diplomazia
alle fabbriche di materiali bellici
a chi declama belle parole
agli inni di guerra
alle canzoni sdolcinate e lamentose
agli spettatori
al vento
a tutti gli indifferenti e ai saggi
agli altri che fanno finta di esser vostri amici
e resistete pure a me, a me che ve lo racconto.
E allora, statene certi, si andrà verso la Libertà.

Ἀντισταθεῖτε
σ'αὐτὸν ποὺ χτίζει ἕνα μικρὸ σπιτάκι
καὶ λέει : καλὰ εἶμαι ἐδῶ.
Ἀντισταθεῖτε σ'αὐτὸν ποὺ γύρισε πάλι
καὶ λέει : Δόξα σοι ὁ Θεός.
Ἀντισταθεῖτε
στὸν περσικὸ τάπητα τῶν πολυκατοικιῶν
στὸν κοντὸ ἄνθρωπο τοῦ γραφείου
στὴν ἑταιρεία εἰσαγωγαὶ - ἐξαγωγαί
στὴν κρατικὴ ἐκπαίδευση
στὸ φόρο
σὲ μένα ἀκόμα ποὺ σᾶς ἱστορῶ.


Ἀντισταθεῖτε
σ' αὐτόν ποὺ χαιρετάει ἀπ' τὴν ἐξέδρα
ὧρες ἀτέλειωτες τὶς παρελάσεις
σ' αὐτὴ τὴν ἄγονη κυρία ποὺ μοιράζει ἔντυπα ἀγίων,
λίβανον καὶ σμύρναν,
σὲ μένα ἀκόμα ποὺ σᾶς ἱστορῶ.
Ἀντισταθεῖτε πάλι σ' ὅλους αὐτούς ποὺ λέγονται μεγάλοι
στὸν πρόεδρο τοῦ 'Εφετείου ἀντισταθεῖτε
στὶς μουσικὲς τὰ τούμπανα καὶ τὶς παράτες
σ' ὅλα τ' ἀνώτερα συνέδρια ποὺ φλυαροῦνε
πίνουν καφέδες σύνεδροι συμβουλατόροι
σ' ὅλους ποὺ γράφουν λόγους γιὰ τὴν ἐποχή
δίπλα στὴ χειμωνιάτικη θερμάστρα
στὶς κολακίες τὶς εὐχὲς τὶς τόσες ὑποκλίσεις
ἀπο γραφιάδες καὶ δειλοὺς γιὰ τὸ σοφὸ ἀρχηγό τους.


Ἀντισταθεῖτε στὶς ὑπηρεσίες τῶν ἀλλοδαπῶν καὶ διαβατηρίων
στὶς φοβερὲς σημαῖες τῶν κρατῶν καὶ τὴ διπλωματία
στὰ ἐργοστάσια πολεμικῶν ὑλῶν
σ' αὐτοὺς ποὺ λένε λυρισμὸ τὰ ὡραῖα λόγια
στὰ θούρια
στὰ γλυκερὰ τραγούδια μὲ τοὺς θρήνους
στοὺς θεατές
στὸν ἄνεμο
σ' ὅλους τοὺς ἀδιάφορους καὶ τοὺς σοφούς
στοὺς ἄλλους ποὺ κάνουνε τὸ φίλο σας
ὡς καὶ σὲ μένα, σὲ μένα ἀκόμα ποὺ σᾶς ἱστορῶ ἀντισταθεῖτε.
Τότε μπορεῖ βέβαιοι νὰ περάσουμε πρὸς τὴν Ἐλευθερία.

= Michalis Katsarós / Μιχάλης Κατσαρός, 1983. = 

lunedì 24 novembre 2014

Dietro ogni giudice c'è un potere


Vorrei proprio non avere mezzi termini. Un giudice non è soltanto tra le canzoni più famose di Fabrizio De André, diciamo nella top ten; non è soltanto tra le più belle del genovese e dell'intera canzone d'autore in lingua italiana, ma, a mio parere, tra le maggiori dell'intera canzone d'autore mondiale. E' una breve canzone, bella quanto terribile, che obbliga a diversi piani di lettura e, soprattutto, ad una riflessione sui meccanismi della “giustizia” e della sua amministrazione terrena da parte di persone. Un po' troppe volte ragioniamo sulla “giustizia” come qualcosa di assoluto e di astratto; in questo ci si sono messi anche quegli emeriti tromboni che vanno sotto il nome di “filosofi del diritto”.

Vorrei aggiungere che la resa testuale musicale di De André, Bentivoglio e Piovani è, sempre a mio parere, assai più bella della poesia “originale” di Edgar Lee Masters, Judge Selah Lively. Ognuno si potrà del resto formare un giudizio autonomo, considerando che i brani dell'Antologia di Spoon River utilizzati da De André per Non all'amore, non al denaro né al cielo sono, chiaramente, delle riscritture e dei testi autonomi a pieno titolo. Sulla falsariga della poesia mastersiana è stato scritto questo capolavoro; ma queste sono cose note più o meno a tutti.

E' probabile, come del resto specificato dallo stesso De André (uno che, però, non sempre è da prendere alla lettera, come tutti gli autori quando parlano delle loro composizioni), che Un giudice faccia parte del leit-motiv dell'album, vale a dire un'indagine psicologica sui vizi e sulle virtù delle persone, e sul loro inestricabile intreccio in ognuno di noi. Il compito dei morti di Spoon River è del resto esattamente questo: uno spaccato della società americana analizzato attraverso le comuni vite degli abitanti di un paesino dell'America profonda, declinate attraverso le tombe di un cimitero. Nell'intervista a Fernanda Pivano riportata sul libretto dell'album, Fabrizio De André ebbe a dichiarare testualmente: «Avrò avuto diciott'anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.» D'accordo. Ma i diversi livelli di una canzone (figuriamoci addirittura di un concept album intero di questa levatura) sfuggono sempre anche alla lettura proposta dal suo stesso autore; così, soprattutto, per questa canzone.

Un giudice è senz'altro la personale storia di un nano che studia giurisprudenza e diventa giudice vendicandosi così della sua infelicità attraverso il potere di giudicare e condannare (giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male), incutendo timore a coloro che prima lo deridevano; inginocchiandosi però nel momento dell'addio, non conoscendo affatto la statura di Dio. Come in Un matto la vicenda è incentrata sul tema dell'invidia, che diventa ancora una volta il motore dell'agire del personaggio; in questa canzone De André mostra come l'opinione che gli altri hanno su di noi ci crei disagio e sconforto. Il giudice diventa una carogna, per il semplice fatto che gli altri sono sempre stati carogne con lui, e che trova nella vendetta l'unica cura possibile.

Se questo è il piano psicologico della canzone, ne consegue che viene letteralmente fatto a pezzi lo stereotipo del giudice come incarnazione stessa dell' “equilibrio”, un equilibrio che -non scordiamolo- dovrebbe essere applicato, sulla base della “legge”, per giudicare altre persone ed i loro atti dichiarati non conformi all'umana convivenza. In poche parole, nella figura del Giudice di De André e Lee Masters viene messa in totale discussione la stessa “giustizia”. In quanto amministrata da uomini, tutti con le loro vicende, essa semplicemente non può esistere. La canzone si conclude infatti con sentenze di morte: il condannato, quindi, non paga tanto per i suoi atti, quanto per il desiderio di vendetta di un infelice invidioso e bersagliato dalle maldicenze e dalle derisioni. E' una cosa pienamente umana; disumana passa ad essere la “giustizia” che non ha nessuna possibilità di sfuggire a tutto questo.

Quando poi la “giustizia” viene abbinata, come è giocoforza che accada, al potere ed alle sue esigenze totalizzanti, le singole vicende di chi giudica si trasfigurano nell'obbedienza e nell'immanenza ad un disegno più vasto. Parlare di “giustizia imparziale” è quindi soltanto una chimera, una menzogna che si ammannisce sapendo di mentire. Leggi, codici, tribunali: di esempi non ne mancano certo nella storia. Sarebbe interessante, ad esempio, conoscere nel dettaglio la vicenda umana di un giudice come Roland Freisler. Ma anche senza andare al giudice nazista del Volksgerichtshof e di tutti gli altri che, in ogni paese, hanno servito il potere nei tribunali speciali, si possono trovare decine di esempi di tutto ciò anche nei giudici ordinari, nel cosiddetto “giudice naturale” da cui nessuno può “essere distolto” nel testo della Costituzione della Repubblica Italiana.

Chi si trova, per qualsiasi motivo, ad essere giudicato in un tribunale, dovrebbe tenerlo sempre presente. La sua vita, in forme che vanno dalle più lievi a quelle estreme (come la stessa morte), non è delegata a nessun “concetto”, a nessuna idea astratta, ma ad una persona che è sempre quel che la sua vita la ha fatta divenire. Può trovarsi di fronte ad una persona degnissima, perché è chiaro che vi sono persone assolutamente perbene anche tra i giudici, come di fronte ad una carogna come il giudice Selah Lively (cognome che significa, ironicamente, “vivace”); il problema non è questo. Il problema è che si trova davanti ad uno Stato che si arroga il diritto di giudicare le vite altrui, demandando generalmente tale diritto a persone. La cosiddetta “imparzialità” viene quindi ridotta ad una semplice questione di fortuna, una vera e propria roulette russa. I cosiddetti “errori giudiziari”, al di là delle circostanze che possono produrli, sono anche e soprattutto il frutto di tale menzogna di base, così come lo è tutto il “diritto” in blocco. Una menzogna per molti necessaria, ma la cui vera natura non dovrebbe mai essere persa di vista. Naturalmente non è affatto un caso che una canzone come questa, che è una bomba a orologeria, sia stata concepita da un anarchico come Fabrizio De André.


La cosa può, naturalmente, essere estesa anche al di là dei giudici. Prendiamo ad esempio la persona raffigurata nella foto sopra: un importante uomo politico italiano ed ex ministro della Repubblica, per il quale parecchi hanno pensato -non senza fondamento- che la canzone di De André sia stata come scritta per lui in anticipo, quasi una profezia. Le prime due strofe sembrano il suo ritratto perfetto; la sua “carriera”, naturalmente, non è stata poi quella di magistrato, ma ha comunque avuto a che fare con il potere e con l'incidenza sulla vita di altre persone. L'on. Renato Brunetta ha, peraltro, mostrato in più occasioni di essere una persona rancorosa e capace di affermazioni da molti ritenute spregevoli; così come, per attaccarlo, non di rado anche personaggi pubblici di rilevanza (come Dario Fo) si sono serviti del suo aspetto fisico e, soprattutto, della sua statura. Il caso è quindi altamente emblematico e riporta tutto alla realtà: il “caso” descritto da Fabrizio De André e Edgar Lee Masters è assolutamente autentico. Da una parte la derisione generalizzata e l'accanimento, e dall'altra il conseguente incarognimento e l'ancor più conseguente vendetta. Quando tutto questo si coniuga con la possibilità di amministrare entità e decisioni che interessano la comunità (giudizio penale o amministrazione della cosa pubblica che siano), si può toccare con mano il “baco” immortale che rode l'umano consesso.

Ed è questo che rende grandissima questa piccola canzone due versi dei quali, Fino a dire che un nano è una carogna di sicuro / perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo sono letteralmente passati in proverbio. Non è un caso che lo stesso Silvio Berlusconi venga definito dai suoi detrattori “il Nano” per antonomasia; e ce n'è per tutti. C'è il nano, c'è l'obeso, c'è lo storpio (“Dio lo ha punito”, “segnato da Dio”...), c'è persino quello altissimo come me (“lungo lungo e bischero bischero”, si dice a Firenze). Naturalmente tutto è sempre stato deciso da “Dio”, giudice supremo. Si torna sempre allo stesso punto. Dietro ogni giudice c'è un potere. Non si conosce affatto la statura di Dio: e se anche lui non fosse altro che un nano rancoroso, e se affidarci all'inferno si rivelasse un "piacere del tutto suo"...?

Баллада повешенных. Balada dos enforcados.





Мы умирали, страдая,
звук свой последний глотая.
Ветер ногами пиная,
видели, как свет исчезает.

Солнце наш крик услыхало.
Воздух подставил объятья.
Слова превратились в кристаллы
невысказанного проклятья.

Прежде, чем все завершилось,
мы всем показали умело:
зло, что за час получилось,
стоило нам жизни целой.

Вот мы скользнули из бреда
к гибели без расслабленья,
вымолвив древнее кредо
тех, кто умирал без прощенья.

Тот, кто осмеял пораженье,
позорил нас или конфузил,
в подобном другом удушенье
пусть сам узнаёт этот узел.

Те, кто нас в землю зарыли,
шли дальше своею дорогой,
Пусть кто-то в тумане и пыли
подходит к могиле убогой.

А та озорная девчонка,
что легкой улыбкою скрыла
желанье сказать нам вдогонку,
лицом навсегда изменилась.

Взращенная злоба ворчаньем
легла вместе с кровью на плечи.
А то, что назвали страданьем -
недоговоренные речи.

Todos morremos com pena
engolindo a última voz,
dando pontapés ao vento
vimos esvair-se a luz.

O grito arrastou o sol,
o ar fez-se estreito,
cristais de palavras,
a última praga dita.

Antes de tudo acabar
lembrámos aos sobreviventes
que o preço foi a vida
pelo mal feito numa hora.

Escorregámos no gelo
duma morte não aliviada,
dizendo o antigo credo
dos que morrem sem perdão.

Quem se riu da nossa derrota
e do modo e da vergonha dela,
sufocado pelo mesmo aperto
aprenda a conhecer o nó.

Quem nos espalhou terra nos ossos
retomando tranquilo o caminho,
chegue desfigurado à sua fossa
no nevoeiro da madrugada.

A mulher que escondeu sorrindo
a pena de ela nos recordar,
cada noite ache na sua cara
um insulto do tempo e uma escória.

A todos guardamos rancor
que cheira a sangue coalhado,
o que então chamámos dor
só é uma história em suspenso.
 
 

giovedì 20 novembre 2014

Sprèi antagonista



Nella foto sopra sono raffigurati alcuni esemplari dei peperoncini più terrificanti del pianeta Terra.

Non sto esagerando, niente affatto. Per i palati non allenati e non in vena di quello squisito e piacevolmente estremo masochismo che è caratteristica dei capsicòmani, qualche frammento di uno qualsiasi di questi peperoncini potrebbe risultare pressoché mortale. Sono tutti di origine sudamericana e asiatica.

Si prega astenersi, vivamente, da qualsiasi pappardella "calabrese" o roba del genere. Nella scala Scoville, il più piccante dei peperoncini calabresi è acqua fresca, in confronto a questi qua.

Il problema, come dire, è che la foto non proviene da qualche fonte in Rete, da Wikipedia, o da un sito specializzato; l'ho scattata io di persona, una mezz'oretta fa a casa mia, e i peperoncini sono adagiati su un foglio di Scottex sopra il piano della cucina a gas.


Questo qua sopra è un Moruga Yellow Trinidad Scorpion.

Fino al 2013 ha detenuto, sia nella variante gialla sia in quella rossa, il record di peperoncino più piccante del mondo. Ha raggiunto la gradazione di 2.000.231 SHU (Scoville Heat Units); per fare un raffronto, le mammolette calabresi raggiungono a malapena i 16.000 SHU. Nel 2013 è stato scalzato dal trono da un peperoncino statunitense, il Carolina Reaper; ne ho avuti tra le mani due o tre lo scorso anno, ma quest'anno non se n'è vista l'ombra, ohimé.

Del Trinidad Scorpion, comunque, Wikipedia dice: " La sua piccantezza è così pericolosamente alta (il succo capsico ha persino irritato le mani dei ricercatori passando attraverso i guanti in lattice) che l'assaggio, suggeriscono gli studiosi, dovrebbe essere fatto con estrema cautela."  

Sappiate che, stasera, me ne sono mangiato mezzo di un esemplare identico a questo, condendoci un piatto di pasta mista al pomodoro e cipolla. Trentacinque anni di assuefazione. È un'esperienza mistica, sublime. L'LSD gli fa una sega. Si diventa prima gialli in faccia, poi sul verdognolo, poi sul rosso acceso. Si comincia a lacrimare come fontane, e a perdere abbondante liquido dal naso. Non si sentono "vampe": si sente l'assoluto. Il tutto mantenendo una rigorosa calma. Al termine del piatto mortale, un po' di vino, un sorso d'acqua e una fetta di pane.

Tutto questo tra le mani di un noto antagonista, di quelli che fanno ammattire Matteino, Giorgino, Angelino, Salvino e tutti gli altri, dovrebbe far preoccupare seriamente le autorità; specialmente in questi frangenti, dove pare che le forze dell'ordine stiano per essere dotate del famoso sprèi al peperoncino.

Come si può vedere, gli antagonisti si stanno attrezzando, assuefacendosi alle dosi più micidiali dei più mortiferi peperoncini del pianeta. E' oramai noto alle Qvestvre che in parecchi centri sociali si stanno allestendo vere e proprie piantagioni di peperoncini di distruzione di massa (i già citati Trinidad Scorpion e Carolina Reaper, i Naga Morich, gli Infinity, gli Habaneros e roba del genere). Ben presto potrebbe essere avviata una produzione, artigianale ma efficace, di sprèi antagonista, anche se, ovviamente, sogno di ogni militante sarebbe quello di infilare un Trinidad Scorpion nel culo al manganellatore in divisa di turno.

Si assisterebbe in tal modo a curiosi balletti di piazza, la solidarietà di Alfano sarebbe alquanto imbarazzata (vi immaginate quell'individuo che, in conferenza stampa, esprime il suo sentito appoggio agli agenti fatti vile oggetto di un peperoncino nell'orifizio anale?) e il consueto esponente del SAP potrebbe aggiungere ben due milioni di Scoville agli oramai classici 1200 euro al mese.

mercoledì 19 novembre 2014

Nella vecchia Pisapìa, ìa, ìa, oh



Il bello è che, quando lo avevano eletto col suo bravo “ballottaggio”, gli avversari erano quasi convinti che lo avessero “votato” pure quelli dei centri sociali; anzi, era tout court il “sindaco dei centri sociali e degli immigrati”, il Pisapia (io lo dicevo fin da subito che a Pisa-pia preferivo Livorno atea!). Ora, dovete sapere che i “centri sociali”, in generale, sono visti come una sorta di monolito, di massa granitica e indifferenziata; tutto questo per dire che non escludo affatto che diversi militanti, appartenenti o frequentatori di centri sociali milanesi abbiano messo la loro crocetta sul nome dell'avvocato progressista, nel maggio del 2011. Del resto, era o non era stato candidato a sindaco, inizialmente, da “Sinistra Ecologia e Libertà” e dalla Federazione della Sinistra, mandando in soffitta il candidato piddino Boeri alle primarie? E, nella sua storia personale, aveva o non aveva persino quattro mesi d'ingiusta galera per banda armata nell'ambito di un'inchiesta su Prima Linea e sui CCR?

Beh, state tranquilli, cari meneghini. Lo sciur Pisapìa ne ha fatta, di strada. Altro che “centri sociali”, e l'unica banda armata cui appartiene attualmente è quella armata dallo Stato, altresì detta genericamente Forze dell'Ordine. Quella banda che manda a sgomberarli, i “centri sociali”, con gran dispiegamento di mezzi, con i media di regime già pronti a fare il computo degli “agenti feriti”, con gli arresti di prammatica e con le giustificazioni “progressiste” precotte. Non che si potesse nutrire alcun dubbio, però in questi giorni il borgomastro ha fatto il tanto atteso outing definitivo: è dei vostri. Anema e core. Senza se e senza ma. Mentre interi quartieri di Milano affogano compresi cani e gatti, lui cosa fa? Annuncia il pugno duro e la tolleranza zero contro le occupazioni. Un dettame governativo incarnato. Via il Corvaccio, via il Rosa Nera, difesi soprattutto dagli occupanti delle case ALER. Le classiche dichiarazioni con la mascheratura “sociale”: “Le occupazioni abusive tolgono la casa a chi ne ha diritto”. In questi ultimi anni, specialmente in tonnellate di chiacchiere internettare, protagonista è stata la barricata; tutti quanti, almeno per una volta, ci siamo ritrovati su fantomatiche barricate da dove sparavamo soprattutto cazzate. Ebbene, sembra passato inosservato il fatto che ieri, al Corvetto, le barricate sono state fatte per davvero. Da un manipolo di occupanti che si opponevano allo sgombero di due spazi sociali di quartiere a cura del borgomastro progressista. Le barricate tanto evocate si sono manifestate in una giornata milanese novembrina in una via Ravenna qualsiasi. Altro che Comune di Parigi, questo è il Comune di Milano.

E si capisce anche. Il borgomastro può andare fiero di essere finalmente diventato un sindaco di Milano come tutti gli altri. Con gli stessi attributi di una Moratti. Un sindaco della legalità, per la quale è in prima linea (ops!). Il più tipico SS (Sindaco Sgomberatore) del XXI secolo. Un sinistro ecologico libero. Un incassatore di plàusi da parte della stampa imbeddata. Un preoccupato del Salvini che monta, sennò alle prossime elezioni stai a vedere che vince la Lega. Un Merola, che prende al volo la cacciata di Salvini da Bologna per annunciare il giro di vite sui centri sociali bolognesi (quelli che devono fare solo “musica e cultura”). E, a questo giro, mi tocca, a me noto mangiaprefetti, citare il prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca, che, dopo le roboanti dichiarazioni del Pisapìa, lo smentisce di fatto annunciando che "Oggi non parte nessuna task force e nessun blitz, per noi le occupazioni sono un problema di disagio e fragilità sociale." Intanto, però, “Gli sgomberi decisi settimanalmente dal tavolo tecnico-operativo della Questura proseguiranno come da programma”. Ecco, bisogna proprio immaginarcelo, il Pisapìa, seduto a quel “tavolo tecnico-operativo della Questura”. Un ometto di potere come quegli altri, e niente più.

Cara, vecchia Milano. Credevi, ah ah, di aver voltato pagina nel 2011. Avevi suscitato speranze, dimostrando una volta di più che la “speranza” è un concetto viscidamente cattolico e congelante. E anche preoccupazioni. Bene, eccotelo qua il tuo bel sìndaco tradizionale. Puoi tirare un gran sospiro di sollievo.

domenica 16 novembre 2014

Publiacqua: mortale come l'amianto



La Toscana ha 3.700.000 abitanti: essa deve sopportare un carico inquinante idrico pari a quello di circa 12.130.000 abitanti. In parole povere: l'inquinamento subìto e prodotto dalle acque toscane equivale a quello dell'intera Olanda. Di questo abnorme carico inquinante idrico che grava sulla nostra regione, i ¾ sono dovuti all'industria e il resto all'agricoltura.

Chi paga? La tariffa regionale per le grandi utenze (multinazionali, media industria ecc.) è di 0,16 centesimi al metro cubo. Il cittadino, invece, paga a Publiacqua una tariffa di 2,37 euro al metro cubo: come si può vedere, la sproporzione è enorme. Secondo la Legge n° 36 del 5/1/1994 (la cosiddetta “Legge Galli”), però, per il consumo idrico è stata stabilita la seguente priorità: 1) CONSUMO UMANO; 2) Consumo agricolo; 3) Consumo industriale. Come si può vedere, e come è consueto in questo paese, la realtà dei fatti è l'esatto contrario della “legislazione”. Non si tratta di uno stato di diritto, ma di uno stato al rovescio.

A seconda del trattamento chimico e fisico, dell'affinazione e della disinfezione delle acque, esse sono state suddivise in “classi”. Ebbene, in Toscana, l'88% delle acque rientra nella classe “A3”, vale a dire la peggiore. Sono dati provenienti da relazioni ufficiali sullo stato dell'ambiente: come si può vedere, la situazione delle acque toscane è disastrosa. Ciononostante, la cittadinanza paga oro questa schifezza mentre, naturalmente, multinazionali, banche e le “società compartecipate” (che, di fatto, sono involucri vuoti, come Publiacqua) vi lucrano sopra con gli stessi profitti del petrolio.

Basta questo? No, carissima, avvelenata e tartassata cittadinanza toscana. Da circa un mese, infatti, è risaltato fuori un “piccolo” ulteriore problema. In tutta la rete di condutture di Publiacqua, che è la più estesa d'Europa, vi sono circa 225 km di tubature in cemento-amianto. Pensiamo che tutti siate a conoscenza del gravissimo pericolo cancerogeno dell'amianto, o asbesto: le cronache sanitarie e giudiziarie degli ultimi anni ne sono piene. Ebbene: Publiacqua, quella per cui il suo presidente Vannoni (Partito “Democratico”) dichiara “la mia acqua si paga cara e se non la pagate vi si stacca”, fa scorrere l'acqua destinata al “consumo umano” di Firenze, Prato, Pistoia, Empoli e Arezzo attraverso condutture cancerogene.

L'acqua di Publiacqua, quindi, si potrebbe pagare carissima: con la morte. Non ci staccano l'acqua: ci staccano la vita.

E chi ce la stacca? Ce la staccano coloro che veramente stanno dietro Publiacqua, come risulta dal suo bilancio: Monte dei Paschi di Siena, Cassa di Risparmio di Firenze (gruppo Intesa/San Paolo), Banca Popolare di Vicenza, Banca Nazionale del Lavoro, Unicredit e, in doppia quota, di nuovo il Monte dei Paschi di Siena in quanto acquirente dell'ex Banca Toscana. Inoltre, Banca Intesa e lo spagnolo Banco Bilbao Vizcaya Argentaria. La cosiddetta “acqua pubblica” toscana appartiene in realtà a una nutrita banda di banche che si servono dell'involucro “compartecipato” che va sotto il nome di “Publiacqua”. Sarebbe più onesto chiamarlo “Creditacqua”. Da stupirsi? Niente affatto. Tutto questo si chiama capitalismo, e il capitalismo è barbarie.

Per riassumere: Ci forniscono acqua di dubbia qualità (altro che i “fontanelli di alta qualità” tanto strombazzati, senza contare che un solo fontanello made in Renzi ne ha fatti chiudere dieci precedenti). Ce la fanno passare attraverso condutture a base di amianto. Ce la fanno pagare a peso d'oro, però con tutte le facilitazioni del mondo per le multinazionali presenti sul territorio. Si diceva che sui poveri piovono pietre: sbagliato. Sui poveri, in Toscana,


PIOVE AMIANTO.