mercoledì 22 maggio 2013
Pane pe' su' denti
E' morto Andrea Gallo, una persona degna di rispetto.
Non mi importa di quel "don" usualmente prefisso al suo nome. E non m'importa, né mi attiene, quel "messaggio evangelico" di cui sarebbe stato portatore. Non me ne intendo, e poi avesse portato un po' quel che gli pareva, nella sua vita.
E' morto, però, chi se n'era andato sulla nave Garaventa; e ci provasse a andare lui, chi oggi fa il disdegnoso o il sufficiente.
E' morto chi fu scacciato via dal Brasile in piena dittatura, mentre altri con la sua stessa veste benedicevano devotamente i dittatori.
E' morto un uomo in mezzo ad altri uomini prigionieri, su un'isola sperduta e carcere.
E' morto tutto questo ed altre cose, che sono ovviamente lasciate alla libera interpretazione. Alla libera intelligenza come alla libera imbecillità. Alla libera partecipazione come al libero allontanamento. Alla libera pienezza come alla libera nullità.
Si potrà domandarsi che cosa ci facesse Andrea Gallo dentro la chiesa cattolica; domanda più che legittima. Si potrebbe rispondere come certi grand'anarchici che ho conosciuto, che tutti i mesi si pigliano lo stipendio da qualche settore dello Stato e dicono poi di "combattere dall'interno del sistema".
Sono peraltro ragionevolmente certo che Andrea Gallo abbia avuto assai più problemi da parte della Chiesa, e che gliene abbia creati, di quanti non ne abbiano avuto i suddetti da parte dello Stato (e gliene abbiano creati dopo certe giovanili annate & formidabili).
Ma, francamente, non me ne importa una sega.
Mi importa, oggi nel giorno di sua morte, di questa persona al di là del suo mestiere e del suo dio.
Me ne importa al di là di qualsiasi altra cosa, scomprendomi idealmente il capo davanti alla sua vita e al suo ricordo.
M'importa del suo sigaro e del suo cappellaccio.
M'importa delle sue cose belle e anche dei suoi errori. M'importa di ciò con cui sono stato d'accordo, e di ciò con cui sono stato in disaccordo. M'importa di quando ha avuto coraggio e anche di quando non ne ha avuto.
E così se n'è andato, toccandogli pure la sua brava dose di cordogli.
Ma siccome a lui dei cordogli (e specialmente di quelli di certa gente) non credo gliene importi un accidente, preferisco immaginarmelo a tirare due calci a un pallone assieme a un ragazzo con un rotolo di scotch da pacchi al braccio.
Credeva in un padreterno che starebbe lassù nei cieli. Va bene così. Certo che, da stasera, quel padreterno, se c'è, quando se lo vedrà comparire avrà qualche sudorino freddo. Certo che avrà trovato pane pe' su' denti.
lunedì 20 maggio 2013
Cittadino di Niente
Questa cosa non ha nomi.
Parla di un Cittadino
Nordafricano, così almeno sembra. Di un senzanome. Di uno di quelli
per il quale è d'obbligo il modo condizionale: “si tratterebbe”.
Dicono un cittadino nordafricano, ma potrebbe essere di chissà dove;
potrebbe anche essere Cittadino di Niente. L'unica città che gli si
conosce è questa qua, quella dove ha terminato la sua vita nel buio
della notte.
Senza nome e senza età;
anzi, “circa”. “Circa quarant'anni”. C'è soltanto un numero
assolutamente certo: quello delle righe. Tredici in tutto, contate.
Allora si pensa a chi e a che cosa avrebbe potuto essere, sempre al
modo condizionale. Domani avrebbe potuto essere un lavoratore più o
meno precario o al nero, pronto a ricevere un salario o a volare di
sotto da un'impalcatura. Doman l'altro avremmo potuto vederlo in fila
davanti alla Questura per rinnovare il permesso di soggiorno. Fra tre
giorni gli sarebbe potuto pigliare il pazzo, e mettersi a ammazzare i
passanti a picconate. Oppure, domani sarebbe uscito di casa alle
Piagge, perché si chiamava Caputo Giuseppe e glielo dicevan tutti
fin da piccolo che sembrava un marocchino. Documenti? Sono di carta.
E la carta, in acqua, si scioglie. O te li porta via la corrente, i
documenti. Insieme alle chiavi del motorino, insieme alla fotografia
da piccolo, insieme al pacchetto di MS e all'accendino, insieme alla
tua vita.
In quelle tredici righe,
del resto, c'è tutto quel che si deve sapere su di te, Cittadino di
Niente.
Si deve sapere che, ieri
notte verso le una, qualcuno che passava t'ha visto annaspare nel
fiume e chiedere aiuto, perché il fiume, qui, a volte s'è divertito
a portar via la città intera e figurati se non porta via te. In quel
preciso momento, a me giravano i coglioni. Prima mi son visto rubare
la Champions' League, e poi è morto il Monni. Più o meno a
quell'ora, mentre te annaspavi in Arno e chiedevi aiuto, altri a cui
giravano i coglioni per la Champions' League scippata si riunivano a
una stazione ferroviaria per andare a infamare gli scippatori di
passaggio, tra i quali -in particolare- il cittadino italiano Mario
Balotelli. Tutto questo ha occupato oggi, sui giornali, migliaia e
migliaia di righe. Si è scomodato il borgomastro. Clima di dramma e
indignazione in città.
Intanto, Cittadino di
Niente, il fiume faceva il fiume e ti trascinava via. T'hanno sentito
al ponte alla Carraia. Hanno chiamato i carabinieri e i soccorsi, hai
visto bravi. Non mi riesce immaginare come dev'essere chiedere aiuto
sapendo, con tutta probabilità, che non t'ascolta nessuno e che sei
finito. Sei finito anche se t'ascolta qualcuno; che ti ci saresti
buttato tu, a parti invertite, in acqua alle una di notte? E l'Arno
non perdona nessuno. E' un troiaio di gorghi, correnti, fango e
buche. In questo maggio di merda che non fa che piovere, è pure
bello pieno. Così è andata a finire come doveva; verso le tre del
pomeriggio t'hanno ritrovato più in là, neanche tanto in fondo,
vicino al ponte Amerigo Vespucci. Morto in una buca, a quattro metri
di profondità.
Non si sa cosa avevi
fatto. Ti ci eri buttato, ripensandoci troppo tardi? Ci eri cascato
dentro, briaco? Ti ci hanno buttato? E perché? Son tutte domande che
si fanno relativamente a un essere umano. Uno è lì che cammina per
i fatti suoi, e sente un suo simile che grida aiuto mentre un coso
arrivato appositamente ad ammazzarti dal Monte Falterona ti sta
portando via senza speranza. E senza nome. “Cittadino
nordafricano”, vale a dire: esiste la Repubblica (o il Regno) del
Nordafrica di cui uno è cittadino. C'è il Sudafrica e ci può
essere anche il Nordafrica.
Comunque la si metta, hai
fatto davvero una fine di merda. Può darsi che di merda sia stata
anche tutta la tua vita, che tu sia del Nordafrica o di Quaracchi. Là
sotto, solo nella notte e nella morte mentre un fiume ti cancella
rombando d'acqua marmata e di fango puzzolente. Aiuto, aiuto! Ma chi
t'aiuta, Cittadino di Niente. L'unica funzione che ti è rimasta è
quella di fornire tredici righe di riempitivo, come quel tuo amico
che fregava il rame e c'è rimasto secco in una cabina elettrica,
come quella tua amica fatta a pezzi da qualcuno venti bocca cinquanta
fica.
Poi, magari, avevi visto
una lucciola.
Sarebbe stagione delle
lucciole. L'altra notte me n'è entrata una in casa.
A volte si segue la
minima luce.
E per seguirla, si casca
nel fiume oscuro.
Senza nome.
Senza carta.
Senza storia.
E tu facevi bene, Carlo
E tu facevi bene, Carlo, a stàgni davanti a quello lì, in bicicletta.
Tu facevi bene quando, qualche volta, ti vedevo sulla tranvia per Scandicci, invece che a leggere danti e bibbie.
Tu facevi bene a dire le poesie di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi in un album d'un ragazzo, invece che andare a pigliare premi Oscar.
Tu facevi bene a fare spettacoli a gratis al CPA, invece che a abbracciare Clinton e altri pezzi di merda.
Tu facevi bene a esse' rimasto quel che eri, invece che andare in televisione a fare da spalla a Saviano.
Vorrei dirti tant'altre cose; ma 'un ce la fo.
E' m'ha trombato i' silenzio, stasera. E' so' rimasto incinta.
venerdì 17 maggio 2013
Mio caro padrone
In questi ultimi tempi, le morti per lavoro si vanno prepotentemente diversificando in Italia. Certo, quelle preferite -vale a dire le morti bianche da un lato (non ho mai capito bene perché volare da un'impalcatura, essere schiacciato da una pressa o esser presi in pieno dalla Jolly Nero debba essere bianca, come morte, ma non importa) e i suicidi dall'altro- occupano sempre la pole position, anche perché permettono, sovente, di esercitare il consueto rituale fatto di "eroi", di applausi alle bare tricolorate, di lacrime in diretta e di storie commoventi; ma cominciano a succederne di discretamente differenti, ora.
Ora, dico che il terreno è, qui, per natura minato. Ieri mattina, ad esempio, il dipendente di una ditta di qualche infisso, o struttura, o supporto di nonsoccosa, a suo dire vessato dal padrone e da costui licenziato in tronco (che è un fatto), ha compiuto una diversificazione sulla quale c'è ben poco da scherzare o da tenere toni lievi. Alle sette di ieri mattina è entrato nel bar di un paese lombardo (di quelli in -ate ) dove sapeva che il padrone e suo figlio andavano sempre a fare colazione, e li ha abbattuti a revolverate.
Il ricorso alla famosa canzone di Paolo Pietrangeli può sembrare quasi banale, o d'obbligo; in realtà, la cosa non è tanto semplice e né tantomeno automatica. Il "padrone sparato" di Pietrangeli odora (o puzza) di Agnelli-Pirelli-Marzotto, sa di padronato altoborghese contrapposto alla classe operaia e, inoltre, gli "spari" proposti nella sarcastica canzone fanno un deciso rumore di tutta una serie di antiquate cose come la "rivoluzione", o l' "abbattimento del capitalismo". Gli spari di oggi, quello del paese lombardo, hanno colpito due immigrati calabresi con qualche sparuto dipendente, tirati da un immigrato foggiano. Non c'è niente, in essi, che possa essere riportato seppur lontanamente a una qualsiasi forma di coscienza di classe; per quel che mi risulta, sia le vittime che lo sparatore potevano benissimo aspirare -come decine di migliaia di lavoratori attuali- ad una vituccia "dignitosa" di stampo piccoloborghese, votare a destra, inveire contro gli "immigrati che rubano il lavoro" e cose del genere. E', quindi, una semplice, elementare storia di rabbia: prendendo per buono ciò che ha detto lo sparatore, si tratta di una persona maltrattata sul lavoro e poi licenziata che ha reagito in maniera violenta per qualcosa che le è capitato personalmente, direttamente.
Si potrebbe allora parlare delle forme che sta assumendo, e potrebbe ancora assumere, questa rabbia frammentata e, generalmente, priva di coscienza. Una forma assai diversa, ad esempio, la sta assumendo la lotta dei lavoratori della logistica (in buona parte, tra le altre cose, formata da manodopera immigrata); trovo strano che se ne parli così poco, anche considerata la capitale importanza del settore (vale a dire la movimentazione dei componenti e delle merci). Con l'episodio di oggi si può soltanto parlare di uno scricchiolio, dell'ennesima crepa nei meccanismi del pietismo e del "tragedismo".
Si può pensare, certo, a che cosa possa essere effettivamente successo perché una persona abbia covato talmente tanta rabbia verso chi gli dava lavoro, e talmente tanto rancore per i loro comportamenti, da fargli armare la mano e varcare la soglia di quel bar per uccidere. Non è, peraltro, la prima volta; qualcuno si ricorderà, ad esempio, del dirigenticidio di Massarosa del 23 luglio 2010. Si potrebbe parlare di che cosa, nell'economia "reale" delle piccole imprese, sia veramente il rapporto tra il "padrone" e il "dipendente"; in questo, l'episodio di oggi somiglia molto di più ad una strage familiare (e non solo perché sono stati coinvolti un padre e un figlio) che a un'azione rivolta contro dei "padroni". Resta soltanto il fatto che l'omicida e le sue vittime hanno trovato il loro destino a causa di un lavoro, di un reddito, e delle condizioni che si vengono a creare laddove vi sia un'impresa che assume dei salariati o dei collaboratori, seppur minuscola.
E, ancora una volta, appare sempre più sottile, o inventato, il confine tra l'autodistruzione che si vende bene, e la distruzione che crea paura. Tra l'autodistruzione che produce indifferente e falso pathos, e la distruzione cui si dedica l'Autorità. Tra le bare che escono dalla chiesa con quell'orrenda consuetudine degli applausi, e una persona che invece esce da una caserma dei carabinieri in manette e viene infilata a forza su una vettura che lo porterà a tutta una vita in galera. Tra la folla che grida "eroi!" a dei morti, e quella che invoca la morte per un vivo. Tutto questo, però, mi ricorda le immagini dell'Alluvione di Firenze, quando l'Arno, poco prima di straripare, premeva sulle spallette che cominciavano a far zampillare, ad una pressione inimmaginabile, acqua dai pertugi.
giovedì 16 maggio 2013
Chaconne des Scaramouches
Mi hanno detto, abbastanza di recente ma, in realtà, da un remoto passato, che dovrei avere una vita normale. Il problema è che, da un lato, non so assolutamente che cosa sia, una "vita normale"; e, dall'altro, che ritengo la mia vita del tutto normale, pur nell'assoluta assenza di norme. Ho provato, e provo tuttora, a spingermi in certi recessi non sovente esplorati; però il tempo m'ha instillato una certa leggerezza nel farlo, ed ammaestrato a mie spese del pericolo che comporta il voler penetrarvi a tutti i costi. Ho, credo, una normalità abbastanza variegata; ed è questo, ahimé, che non riesce mai a capire chi, basandosi su non so quali criteri, cerca di richiamare all'ordine. La mia normalità, invece, non solo mi consente, ma addirittura mi impone, di passare con la massima tranquillità dal resoconto di un curioso episodio accaduto davanti a un trippajo di periferia alla Chaconne des Scaramouches.
Ciò che, probabilmente, state ascoltando e vedendo adesso, vale a dire la Chaconne des Scaramouches, è un brano musicale composto nel 1670 da Giovan Battista Lulli, o Jean Baptiste Lully che dir si voglia; qui a Firenze si preferisce dire Lulli, perché di nascita il musicista era fiorentino anche se poi si fece suddito francese. La chaconne, che in italiano si chiama "ciaccona", è sempre stata rinomata per le sue notevoli difficoltà di esecuzione; qui è interpretata dal gruppo Modo Antiquo, che per la cronaca proviene proprio da Firenze.
L'uomo, dall'aspetto longilineo e signorile che dirige i musicisti alla maniera antica (vale a dire battendo il tempo col bastone, così come faceva lo stesso Lulli e per cui passò a miglior vita dopo essersi con esso colpito accidentalmente un piede e morendo poi per l'infezione e la setticemia gangrenosa causata dal non volersi far curare) si chiama Federico Maria Sardelli. E' livornese di nascita (pur abitando a Firenze, in via dei Serragli), e potrei anche aggiungere che tra i musicisti del gruppo c'è pure la delycatissima sua consorte, Bettina Hoffmann, violinista e violoncellista di fama (è la signora biondissima che si vede nel video).
Non ho, lo devo dire, nessun talento musicale attivo; come son solito dire, a malapena riesco a suonare il campanello di casa mia, e male pure quello. Ma, oltre a una certa predisposizione al canto, credo di avere un buon talento di ascoltatore di musica, nelle forme più svariate; una di esse è, da sempre, la musica antica. Da quella medievale a quella barocca, in senso lato; prima o poi, insomma, col Modo Antiquo (che peraltro non ho mai visto esibirsi dal vivo) ci dovevo prima o poi aver qualcosa a che fare. Federico Maria Sardelli, che oltre a musicista è anche musicologo, è reputato uno dei maggiori interpreti e intenditori di musica antica in Italia e non solo; solo che il cosiddetto "grande pubblico", che si potrebbe chiamare anche "persone normali", non lo conoscono per questo.
E', infatti, lo stesso Federico Maria Sardelli che, da tempo oramai immemore, inonda di zolfi vari le colonne del "Vernacoliere". L'autore di Clem Momigliano, del Baluganti, delle "Più belle cartolyne del mondo" e di altre cose come "Trippa" (vedete che un po' di trippa c'è sempre), nonché del "Libro Cuore (forse)", una delle rare cose che ha rischiato, a suo tempo, di farmi autenticamente schiattare dal ridere.
Non solo; Federico Maria Sardelli, tutto quel che scrive, se lo disegna e illustra da solo; uomo d'ogni talento, verrebbe da dire, ed è vero. Solo che una parte non indifferente del suo talento l'ha rivolta verso il dileggio popolaresco nelle sue forme più grevi ed eleganti al tempo stesso; una cosa che a me stupisce assai poco, conoscendo anche fin troppo bene Livorno e chi ci è nato. E' a Livorno che ho imparato che la più elevata condizione dello spirito e arroìssi da' ponci vanno a braccetto, e che l'Arte è sorella de' Cazzotti e de' Moccoli.
Fate pure, se vi pare, andare ancora la Chaconne des Scaramouches e riflettete, sempre che vogliate, sulla "normalità" che magari state ricercando, oppure che vi ritrovate ad esaltare e rivendicare, ed anche a raccomandare a chi vi è oramai del tutto estraneo per storia e per esperienza. Strade differenti che non hanno più nessuna possibilità di incontrarsi. Appartenere, negli stessi precisi momenti, alla gagliofferia e all'infima classe dalla quale si proviene e nella quale si individuano ancora le proprie radici e la propria coscienza, e alla condizione più elevata: quella che ha messo a disposizione un'intera vita d'apprendimenti e di sapere ad uno sguardo costantemente diverso sul mondo, sulle sue figure e sui suoi fatti. Non rifiutandone nessuna forma e, anzi, cercando di farla propria.
Tutta una Ciaccona di Scaramucce fatta di continui ed infiniti passaggi tra i linguaggi, di scorrerie tra i sensi palesi e nascosti, di lotte ignote tra i variopinti noistèssi che ci popolano e si beffano di noi mentre bolliamo nel ridicolo del non dar libertà totale agli oceani che abbiamo dentro, suicidandoci per un lavoro perso o ammazzando per possessi inappagati. Abituati a quantificare la ricchezza secondo criteri che dovrebbero, invece, essere relegati, e con disprezzo, nella povertà. E allora, prima di chiudere gli occhi e di lasciarvi invadere da questa musica secolare, che vi riporterà non tanto alla corte del Re Sole quando alla corte di voi stessi e al Sole che avete ricoperto d'inutili nuvolaglie, guardate ancora una volta quel signore alto ed elegante capace di disegnare anche la "grosse Koalition", vale a dire il misto di aglio, cipolle, würstel e miasmi escrementizi che si sta formano nell'intestino del Baluganti chiamato dalla maestra alla cattedra, e che esplode in un'enorme scoreggia. E' questa la Chaconne des Scaramouches, ed è questa l'intera vita: un'immensa, inestricabile ghirlanda d'elevazioni e merda.
martedì 14 maggio 2013
Trippa al sugo
I' trippajo di una piazza vicina a casa mia, come gli dico sempre, ce lo deve avere avuto nel dienneà; oppure, come gli dico altrettanto spesso, è born tu bì trippajo. Ce l'ha nel sangue: trippa, lampredotto, centopelle, poppa. Oltre alle preparazioni classiche fiorentine, fa delle "variazioni sul tema" di sua creazione che lo rendono, a mio immodesto parere, uno dei migliori trippai di Firenze. Superiore di due spanne anche a quelli del mercato centrale; in questa piazza di periferia, poi, di turisti non ce ne vengono. Alle dieci e mezzo di stamani, quando ci sono passato, c'era il casino di una bella mattinata di metà maggio; e, naturalmente, già la gente a mangiare lampredotto e dintorni. Bisognerebbe fare un'attenta disamina sul cibo da strada, cosciente che potrebbero capirmi bene soltanto i napoletani, i siciliani e, forse, i romani; però quel che è successo stamani ha a che fare col cibo da strada soltanto come efficace arma di persuasione. Vo a spiegarmi meglio.
Mi sono fermato cinque minuti a fare due chiacchiere col mio amico trippajo, di cui sono molto fiero d'aver tenuto a battesimo il figlio: nel senso che il primo panino col lampredotto preparato dal ragazzo (diciassette anni) l'ho ordinato, a suo tempo, io. E il buon sangue non mentiva. Tra il capannello di mangiatori ho notato una persona mai vista: un tizio molto alto, non certamente un ragazzo, massiccio e con i capelli lunghi raccolti a coda di cavallo. Vicino a lui c'era il classico omino, o umarell, col giubbottino blé ancora chiuso ben bene nonostante la temperatura quasi estiva, che stava discutendo con altre persone. Confesso di nutrire una discreta passione per le discussioni in piazza; sono sempre un indice dei tempi, e attribuisco loro una speciale importanza nella propensione che ho a osservare e registrare il mondo da posizione sotterranea.
Va da sé: la tentazione di ordinare anch'io un panino, o un piatto di trippa al sugo bene incaciata, era forte. Ma mi devo, come è noto, trattenere; la botta che ho avuto due anni fa è stata forte, e ho imparato a resistere. Già in saccoccia avevo i sigari che, a rigore, non dovrei vedere nemmeno col lanternino; nel frattempo la discussione continuava, e l'omino col giubbotto blé aveva attaccato una concione sui recenti fatti di Milano. Quali sono questi recenti fatti? L'immigrato ghanese che, a Milano, è completamente impazzito all'alba, prendendo a picconate dei passanti a casaccio e ammazzandone tre (nonché ferendone gravemente altri). Pazzo furioso, sì, anche se magari la pazzia può essere stata aiutata da certe particolari condizioni di vita che non sto nemmeno a spiegare; e, come è notissimo oramai, la follia va bene soltanto quando produce suicidi o stragi in famiglia. Negli altri casi, invece, produce presidi della Lega oppure ometti coi giubbottini blé.
Animatamente e con aria da concione, il suddetto omino blè-giubbottato esprimeva il suo illuminato pensiero con tanto di dito puntato: "E poi per quello che ha ammazzato quelli là in piazza Dalmazia hanno fatto le manifestazioni! Ha fatto bene, invece, a ammazzarli! Così se ne tornano tutti a casa!". Va fatto presente, peraltro, che la piazza del trippajo è letteralmente piena di senegalesi, un paio dei quali conoscevano pure di persona Diop Mor e Samb Modou. "E gli è ora di finirla con questi!...."; ma non ha fatto i tempo a finire il comizio, l'omino col giubbotto blé. Il tizio mai visto, quello alto coi capelli a coda di cavallo, che fino a quel momento era rimasto zitto a mangiarsi il suo panino (beato lui!), si è alzato in piedi; uno da averci abbastanza poca voglia di farci a manate, garantisco. Si è diretto verso l'omino.
"Scusi, ma secondo lei allora quello lì ha fatto bene a ammazzarli, quello in piazza Dalmazia?", gli ha detto. "E quello lì a Milano allora ha fatto bene?", ha risposto l'omino. "Quello a Milano era uno completamente impazzito", ha ribattuto il tizio con la coda di cavallo. "E perché, quello di piazza Dalmazia 'unn'era pazzo...?", ha di nuovo controbattuto l'omino. "No!" -ha tuonato l'altro. "Quello di piazza Dalmazia non era pazzo, era un fascista di merda, hai capito? Un fascista di merda di Casapound, un fascista come te, hai capito?" Al che l'omino col giubbottino blé ha cominciato a preoccuparsi, anche vedendo che nessuno stava intervenendo in sua difesa. Né tantomeno io, che guardavo la scena molto interessato. Il destino ha voluto che il trippajo, proprio in quel momento, stesse passando al tizio alto il piatto di trippa al sugo che aveva ordinato: caldo, fumante, con il cacio sopra. Una meraviglia. La trippa alla fiorentina nel suo massimo fulgore; la quale, appunto, è servita all'istante come efficace e fùlgida arma di persuasione in quanto ho visto una manona sollevare il piatto di plastica e spiaccicarlo sul muso, con tutto il suo delizioso contenuto, all'omino col giubbotto blé tifoso del Casseri mentre lo teneva ben saldo pe' i' bàero. "Vai, o mangia la trippina, pezzo di merda!", sentivo dire al tizio alto con la coda di cavallo mentre ribadiva coscienziosamente la trippa sul viso del malcapitato, e mentre deliri di sugo, pezzi di trippa e cacio gli colavano sul giubbottino. E tutti zitti. Dopodiché il tizio alto ha pagato il suo e il piatto di trippa armata, e si è allontanato con calma mentre l'omino pure se ne andava visibilmente tremante e ancor più visibilmente ridotto a un concio di sugo di pomodoro, trippa nel colletto della camicia e cacio parmigiano nei capelli. Uno che ci ripenserà un paio di volte prima di rifarlo; e poiché il fatto è avvenuto in una piazza affollata, chissà che non si possa ritirar fuori il vecchio detto, "Colpirne uno per educarne cento".
Tornando a casa a piedi e ripensando all'episodio testè osservato, mi sono messo a ragionare su cosa potesse effettivamente aver armato di trippa al sugo la mano dello sconosciuto tizio coi capelli a coda di cavallo (il quale, peraltro, parlava con accento strettamente fiorentino). In quella mano che sollevava il piatto pronto a spiaccicarlo sul viso dell'anziano razzistello ci potevano essere tante cose; e non solo piazza Dalmazia. Ci potevano essere, ad esempio, quei tanti bravi nonni di famiglia, tutti casa e nipotini, che al bar dicono che la ragazzina di quattordici anni stuprata dal branco se la è cercata perché portava i jeans a vita bassa. Oppure ci potevano essere quelli che scrivono le letterine alla "Nazione". Ci poteva essere quella comitiva familiare in pizzeria (pure da me vista e sentita venerdì scorso) che, tra un boccone e un bicchier di vino, proponeva di "schiacciare la testa agli zingari"; ci potevano essere le grida di "metteteli al muro" che esprimono alla perfezione ciò che è diventato questo paese non tanto nella sua "classe politica", quanto tra la gente stessa. Il cosiddetto "paese reale", insomma, e nelle sue classi popolari. Questo non è un quartiere di lusso, e bisognerebbe pur cominciare a pensare che l'Alba Dorata può essere davvero il giorno dopo.
Io credo che non bisognerebbe mai "lasciare stare". Che bisognerebbe imparare a controbattere e, possibilmente, in modo persuasivo. Ne ho abbastanza dei "pacificatori" e di quelli del "ma che te ne frega..."; e gli interventi dovrebbero essere non su una generica "politica"con tutto il suo lessico oramai stantio (tipo la "casta" e roba del genere), perché in realtà una "casta" di ometti coi giubbottini blé, che formano l'intelaiatura di una società davvero votata non solo alla follia, ma alla preparazione di un fascismo oramai in fase avanzatissima, ce la abbiamo, e tangibile, sotto gli occhi non appena mettiamo il naso fuori dal portone e ci avviamo verso le normali e banali incombenze quotidiane. E "lasciare stare" dovrebbe essere chiamato col suo nome vero: complicità. Oggi ho visto un tizio alto e coi capelli a coda di cavallo che complice non lo vuole minimamente essere; e il suo piatto di trippa al sugo non è stato spiaccicato solo in faccia all'ometto, al "bravo nonno"tutto nipotini e sangue nelle piazze, ma a un mondo intero che ha da essere arrovesciato. Anche in un piccolo episodio di cui sono stato, casualmente, testimone.
Post volutamente formattato in stile "Femminismo a Sud".
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