mercoledì 30 luglio 2014

דאָס געטאָ פֿון עזה. Il ghetto di Gaza.

1.

מיר װאָס האָבן געלעבט
און זײַנען געשטאָרבן אין די געטאָס
צװישן הונגער און אָרעמקײַט,
מיר פּאַטרן ניט אַװסק דאָס װאָרט
ברידער.

װײַל מיר זײַנען און װילן
נאָר ברידער זײַן
פֿון זײ, װאָס האָבן געליטן
און לײַדן װי מיר

מיר װאָס האָבן געזען
שליסן זיך די טױערן
פֿון דער צײַט און דעם זכּרון
פֿאַר אַן אַרבעט
װאָס מאַכט נאָר שקלאַפֿן
אומענטשלעכע שמאַטעס אין די הענט
פֿון די פּײַניקערס

מיר װאָס האָבן געלעבט
און זײַנען געשטאָרבן אין די געטאָס
מיר װאָס זײַנען געגאַנגען
צו שװאַרצן און געשלאָסנעם טױט,
נײן.
מיר קענען נישט אַוועקפּאַטרן
דאָס װאָרט ברידער

2.

מיר פּאַטרן נישט אַװעק דאָס װאָרט ברידער
און דאָס װאָרט שװעסטער
און דאָס װאָרט קינדער
און דאָס װאָרט חבֿרים
און דאָס װאָרט שכנים
פֿאַר זײ, װאָס זײַנען ניט אונדזער ברידער
אָדער אונדזער שװעסטער
אָדער אונדזער קינדער
אָדער אונדזער חבֿרים
אָדער אונדזער שכנים

די װערטער זײַנען די אײנציקע זאַך
װאָס מיר האָבן
און אונדז איבערבלײַבט.
מיר פּאַטרן זײ ניט אַװעק
פֿאַר זײ, װאָס בױען געטאָס.
מיר פּאַטרן זײ ניט אַװעק
פֿאַר זײ, װאָס זעגן אונדז צו באַערן
און בױען די געטאָס בײַ די מוזײען.
מיר פּאַטרן זײ ניט אַװעק
פֿאַר זײ, װאָס פֿאַנגן און דריקן.
מיר פּאַטרן זײ ניט אַװעק
פֿאַר זײ, װאָס נעמט אונדזער נעמען
אונדזער לעבןס און אונדזער געשיכטעס
און אונדזער טױט
אום צו בױען מױערן פֿון געװײלטע פֿעלקער.
איר זײַט ניט אונדזער ברידער

3.

װאַרשע חרובֿ און פֿאַרחורבֿהט,
װאַרשע באַלאַגערט און געברענט
װאַרשע רוחות און חורבנות
װאַרשע אין אונדזער אױגן
װאַרשע אין אונדזער הענט
װאַרשע אין אונדזער לעבנס
װאַרשע אין אונדזער טױט
װאַרשע אין דעם קעגנשטאַנד
פֿון פֿרײַע מענער און פֿרױען
װאַרשע פֿון ברידער און שװעסטער

װאַרשע האָט ברידער און שװעסטער
װאַרשע האָט חבֿרים און חבֿרטעס
נאָר דאָרט, װוּ דער פֿלאַם
פֿון משוגען שטאָלצהײט האָט געשלאָגן.
נאָר דאָרט, װוּ דאָס קינד
גיט אָפּ מיט הענט אַרױף
צום סאָלדאַט.
נאָר דאָרט, װוּ מען װאַרפֿט
דעם שטײן קעגן דעם טאַנק.
נאָר דאָרט, װוּ מען מאַכט
דעם צוגעגרײטן חורבן.

װאַרשע האָט קײן ברידער
װאַרשע האָט קײן שװעסטער
דאָרט, װוּ װאַרשע װערט געניצט
אום אַנדערע הורבנות צו מאַכן.

װאַרשע האָט אױגן און געװיסן,
װאַרשע קענט דאָס געטאָ.
װאַרשע האָט ניט זײַן
פּריװילעגיע־נאַזיסטן.
װאַרשע קענט די נאַזיסטן
און דערקענט זײ גוט
אױך אין זײ, װאָס זעגן
זײ זײַנען ברידער און שװעסטער.
אזױ זײַן די ריכטיקע ברידער
אזױ זײַן די ריכטיקע שװעסטער
פֿון װאַרשע ניט אין דער װעלט
פֿון אױססשליסלעכע אַטאָמבאָמבן.
אזױ זײַן די ריכטיקע ברידער
אזױ זײַן די ריכטיקע שװעסטער
פֿון װאַרשע ניט דאָרט:
אַזױ זײַנען זײ אין עזה.

4.

אונדזער ברידער, אונדזער שװעסטער
האָבן נעמען, װאָס מיר האָבן ניט געקענט.
קײן יצחק, קײן רבקה
קײן שמואל, קײן שׂרה.
זײ הײסן איבראַהים, פֿאַטמאַ,
זײ הײסן מוהאַמאַד, לײַלה
זײ הײסן אַבער ריכטיק װי מיר:
זײ הײסן געטאָ.
זײ הײסן לאַגער.
זײ הײסן פֿאַרשטיקונג.

זײ הײסן רחל קאָרי
זײ הײסן װיטאָריאָ אַריגאָני
זײ הײסן די מױער חרוב מאַכן.
עס זײַן זײ, אונדזער ברידער,
עס זײַן זײ, אונדזער שװעסטער.

אין זײ דערקענגן מיר אונדז.
ברידער און שװעסטער פֿון די געטאָס
פֿון דער געשיכטע און דערצײַט.
פֿאַר זײ זינגן מיר
זאָג ניט קײנמאָל.
פֿאַר זײ פֿלאַנצן מיר
די געדענק־בעמער.
פֿאַר זײ שרײַבן טיר
די דאָזיקע װערטער
אױס דעם חושך און אױס די שרײַען
װוּ מיר לעבן אַ װײַטן טױט
און אָן אומקער.

מיר װאָס האָבן געלעבט
און זײַנען געשטאָרבן אין די געטאָס
צװישן הונגער און אָרעמקײַט,
מיר פּאַטרן ניט אַװסק דאָס װאָרט
ברידער.

ברידער און שװעסטער
אױס דעם געטאָ פֿון עזה
שלום עלינו.

1.

Noi che abbiamo vissuto
e siamo morti nei ghetti
tra fame e miseria,
non sprechiamo la parola
“fratelli”.

Perché siamo e vogliamo
essere fratelli soltanto
di chi ha sofferto e soffre
come noi.

Noi che abbiamo veduto
chiudersi i cancelli
del tempo e della memoria
di fronte a un lavoro
che rende soltanto schiavi
disumani stracci nelle mani
degli aguzzini

Noi che abbiamo vissuto
e siamo morti nei ghetti
noi che siamo andati
a una morte nera e chiusa,
no.
Non possiamo sprecare
la parola “fratelli”.

2.

Non sprechiamo la parola “fratelli”
e la parola “sorelle”
e la parola “figli”
e la parola “amici”
e la parola “compagni”
e la parola “vicini”
per chi non è nostro fratello
o nostro figlio
o nostro amico
o nostro compagno
o nostro vicino.

Le parole sono l'unica
cosa che abbiamo
e che ci rimane.
Non le sprechiamo
per chi costruisce ghetti.
Non le sprechiamo
per chi dice di onorarci
e costruisce i ghetti accanto ai musei.
Non le sprechiamo
per chi imprigiona e opprime.
Non le sprechiamo
per chi prende i nostri nomi
le nostre vite e le nostre storie
e la nostra morte
per costruire muri di popoli eletti.
Voi non siete nostri fratelli.

3.

Varsavia distrutta e smembrata
Varsavia assediata e bruciata
Varsavia fantasmi e macerie
Varsavia nei nostri occhi
Varsavia nelle nostre mani
Varsavia nelle nostre vite
Varsavia nella nostra morte
Varsavia nella ribellione
di uomini e di donne libere
Varsavia di fratelli e sorelle

Varsavia ha fratelli e sorelle
Varsavia ha compagni e compagne
soltanto laddove la fiamma
di folle superbia ha colpito.
Soltando laddove il bambino
si arrende con le mani alzate
al soldato.
Soltanto laddove si lancia
la pietra contro il carro armato.
Soltanto laddove si compie
lo sterminio preparato.

Varsavia non ha fratelli
Varsavia non ha sorelle
laddove Varsavia è usata
per compiere altri stermini.

Varsavia ha occhi e coscienza,
Varsavia conosce il ghetto.
Varsavia non ha i suoi
nazisti privilegiati.
Varsavia conosce i nazisti
e li sa riconoscere bene
anche in coloro che dicono
d'essere fratelli e sorelle.
Per questo i veri fratelli
per questo le vere sorelle
di Varsavia non sono nel mondo
delle bombe H esclusive.
Per questo i veri fratelli
per questo le vere sorelle
di Varsavia non sono là:
per questo sono a Gaza.

4.

I nostri fratelli e le nostre sorelle
hanno nomi che non conoscevamo.
Non gli Itzik, le Rivke,
non gli Shmuel, le Sore.
Si chiamano Ibrahim, Fatma,
si chiamano Muhammad, Layla,
ma hanno lo stesso nostro nome:
si chiamano Ghetto.
Si chiamano Lager.
Si chiamano Repressione.

Si chiamano Rachel Corrie
si chiamano Vittorio Arrigoni
si chiamano Abbattere il Muro.
Questi sono i nostri fratelli,
queste le nostre sorelle.

In loro ci riconosciamo.
Fratelli e sorelle dei ghetti
della storia e del presente.
Per loro cantiamo
“Zog nit keynmol”.
Per loro piantiamo
gli alberi della memoria.
Per loro scriviamo
queste parole
dalle tenebre e dalle grida
dove viviamo una morte lontana
e senza ritorno.

Noi che abbiamo vissuto
e siamo morti nei ghetti
tra fame e miseria,
non sprechiamo la parola
“fratelli”.

Fratelli e sorelle
del ghetto di Gaza,
la pace su di noi.

martedì 29 luglio 2014

Un dizionario di francese


Si dice che Gaetano Bresci, quando fu rinchiuso nell'ergastolo di Santo Stefano, sull'isola di Ventotene, si azzardò a chiedere se potesse avere qualche libro. Era persona di buona cultura, seppur autodidatta, ed era particolarmente dotato per l'apprendimento delle lingue; una volta emigrato a Paterson era stato fra i pochi italiani ad aver imparato rapidamente, e perfettamente, la lingua inglese. Dalla direzione dell'ergastolo dove era stato sepolto, e da dove sarebbe uscito morto non più di due anni dopo, gli fu risposto che, in quel momento, nella biblioteca del carcere si trovavano tre soli libri: le "Vite dei Santi", una Bibbia, e un vecchio dizionario scolastico di francese. Gaetano Bresci chiese di poter avere il dizionario; e gli fu concesso. Si mise ad imparare il francese da un dizionario bisunto, mandando a memoria parole su parole e senza poter scrivere nulla; l'apprendimento linguistico ridotto alla sua nudità. La parola. Anche quando fu ritrovato morto nella sua cella, ufficialmente suicida ma con parecchi e fondati dubbi al riguardo, il vecchio dizionario di francese era là vicino al cadavere.
Qualche tempo fa mi ero immaginato alcune delle parole che Gaetano Bresci potrebbe aver cercato in quel volume, per impararle; e che furono uniche testimoni della sua morte. Sono queste:

Prigione, Prison. Di là dal muro,
anzi, da ogni muro di pietre e frusta,
qualcosa che porta tracce di vento
e mare;

Catena, Chaîne. Le braccia, le mani
asservite al peso del silenzio duro
che sopporto; sfogliando pagine,
parole.

Luce, Lumière. Violenta a volte,
come nata dai refoli di sale,
ed altre senza nerbo, inane,
muta.

Potere, Pouvoir. A questa pagina
schizza dal fondo un'ignota
ma sempre presente scintilla
di rabbia;

Guardiano, Gardien. Roco macigno
di polverosa obbedienza al nulla,
di povertà d'ingranaggio secco,
di grido.

Merda, Merde. Apprendo questa
sontuosa, magnifica parola di storia
mentre riempio il bugliolo consunto
dei miei escrementi;

Pensiero, Pensée. Il volo durante
le ore più buie e infinite,
rumori che chiedono vita nascosta
e disfatta.

Il Re. Le Roi. Non so fare a meno
di premere il dito su quella parola,
come su quel grilletto nel parco
di luglio;

La Morte. La Mort. S'indugia e già viene
per mano dell'Istituzione suadente,
la tomba ed un numero scarno
nel suolo.


sabato 26 luglio 2014

Attila e sua madre

Negli anni '70, quand'ero ragazzo, le poesie di Attila József erano abbastanza conosciute; non credo che lo siano ancora adesso. Tra di esse, questa: „Mia madre”. Prima di parlarne un po', è bene di parlare della breve e tragica vita del più grande poeta ungherese moderno, un comunista che nemmeno la rivoluzione anticomunista del '56 si sognò minimamente di toccare. 

Attila József, o meglio József Attila (come è obbligatorio dire in ungherese), era nato a Budapest, nel quartiere popolare di Ferencváros famosissimo per una squadra di calcio, l'11 aprile 1905. Era figlio di un operaio, Áron József, e di una contadina, Borbála Pőcze. Il padre abbandonò la famiglia quando Attila aveva tre anni, e la madre non riuscì mai a mantenere i figli col duro lavoro di lavandaia a domicilio. Dire che la famiglia di Attila József era povera non rispecchia la realtà: lui, la madre e le due sorelle crepavano letteralmente di fame. Ad un certo punto la madre, sola, non ce la fece più e Attila, tramite un'istituzione nazionale di assistenza sociale, fu affidato ad una coppia di contadini che lo misero a spezzarsi la schiena nella loro fattoria. 

Attila era un ragazzo altissimo e fragile; le condizioni di vita erano talmente dure, che fuggi dalla campagna per tornare a Budapest dalla madre. La quale, nel 1919, morì di stenti e di lavoro pagato niente; aveva 43 anni. Venne quindi cresciuto dal cognato, tale Ödön Makai, che lo fece studiare in una scuola superiore; Attila era intelligentissimo, e aveva cominciato a scrivere poesie da giovanissimo. Ma non si trattava di poesiole rassicuranti e graziose: Attila vi metteva dentro tutto quel che vedeva attorno a sé. Miseria. Ingiustizia. Fame. Morte. Si iscrisse all'università di Szeged perché voleva diventare un insegnante, ma ne fu espulso per aver scritto una dura poesia di denuncia; da quel momento tirò a campare coi magri proventi dei suoi scritti, che qualcuno cominciava a conoscere. Immediatamente dopo, cominciò a dare segni di schizofrenia, finendo in cura psichiatrica. Il 3 dicembre 1937, dopo trentadue anni di questa vita, andò in una stazioncina di campagna dal nome per noi impronunciabile, Balatonszárszó, e si buttò sotto il primo treno che passava. Per divenire ed essere considerato il più grande poeta che il destino avesse dato all'Ungheria nel XX secolo dovette, naturalmente, provvedere a ammazzarsi dopo un'esistenza di merda; succede così.

Attila József e sua madre.
Attila József e sua madre.

Quando, il 6 gennaio 1931 (datava sempre scrupolosamente le sue poesie), Attila József scrisse questa poesia, sua madre era morta oramai da dodici anni; Attila, di anni, ne aveva ventisei. La sua lingua era, al tempo stesso, delicatissima e perfetta, e durissima e popolaresca. Col tempo, era diventata anche cinica, di quel cinismo che ha chi avverte attorno a sé, in ogni cosa, il peso di una società ostile. Ma era anche poesia lucidissima che esprimeva una coscienza di classe: per questo non è sbagliato dire che era un poeta proletario, uno dei principali che l'intera Europa abbia avuto. In tutto ciò che scrive si avvertono le sue concezioni sociali derivate dalla sua vita, dall'esserci dentro senza via d'uscita. Un suo verso dice: “Soltanto i poveri andranno all'inferno.” E', la sua, una poesia che non consola affatto; una poesia di risentimento, spesso faziosa, di durissima protesta. Ma, al tempo stesso, è una poesia semplicissima, non retorica, contenuta formalmente proprio per dare maggior mordente a ciò che vi si dice. Una cosa che in “Mia madre” è espressa al meglio. State per leggere ciò che è, a mio parere, uno dei capolavori della poesia del secolo passato.

La madre di Attila József era una donnetta striminzita, che a quarant'anni ne dimostrava venti di più. Proletaria, lavoratrice malpagata e donna. Con le spalle ingobbite. Anni dopo la sua morte, il figlio se ne ricorda, e se la ricorda così: portare a casa, per mangiare, qualche avanzo del padrone. Stanca e distrutta dal bucato imposto, perché il padrone deve avere la biancheria pulitissima. Spezzata dal capitalismo, e questa non è una metafora: così dice, precisamente, un verso della poesia. Ad un certo punto prorompe, inatteso, un monito. La madre diventa simbolo di tutte le donne proletarie, e di tutti i proletari. Dei poveri, degli sfruttati. Di milioni di esseri umani che, come lei, sono risecchiti e senza niente. Segno e simbolo del dolore del mondo, che è un dolore che ha una causa. Non dice di lottare, Attila József: ma leggendo ogni parola di questa poesia, ne dovrebbe venire l'imperativo categorico.

E' giunto quindi il momento, se non la conoscete, che la leggiate nella storica traduzione che ne fece un giramondo nato a Montalcino e dal nome bellissimo, Folco Tempesti, nel 1969. Buona lettura, e pensateci.

MIA MADRE

Una domenica sera mia madre è tornata
fra le mani recando due pentolini:
sorrideva in silenzio e s'è fermata
un po' nella penombra.

Nelle pentole c'erano gli avanzi
della cena dei nostri padroni;
anche a letto, dopo, io pensavo
che quelli ne mangiano pentole piene.

Mia madre, esile, scarna, è morta giovane:
le lavandaie muoiono presto.
Le gambe non reggono ai carichi,
la testa duole dallo stirare.

Ed è il bucato la loro montagna!
Per allietanti giochi di nuvole,
il denso vapore, e per cambiare aria
le lavandaie hanno, su, la soffitta.

La vedo: sta con il ferro da stiro.
Il capitalismo ha spezzato il suo fragile corpo;
si fece sempre più striminzita
- pensateci, proletari.

Si aggobbì per lavare:
ed io non sapevo che era ancora giovane.
Sognava di avere un grembiule pulito
e allora il postino la salutava.

A bögrét két kezébe fogta,
úgy estefelé egy vasárnap
csöndesen elmosolyodott
s ült egy kicsit a félhomályban.

Kis lábaskában hazahozta
kegyelmeséktől vacsoráját,
lefeküdtünk és eltünődtem,
hogy ők egész fazékkal esznek.

Anyám volt, apró, korán meghalt,
mert a mosónők korán halnak,
a cipeléstől reszket lábuk
és fejük fáj a vasalástól.

S mert hegyvidéknek ott a szennyes!
Idegnyugtató felhőjáték
a gőz s levegőváltozásul
a mosónőnek ott a padlás.

Látom, megáll a vasalóval.
Törékeny termetét a tőke
megtörte, mindíg keskenyebb lett :
gondoljátok meg, proletárok.

A mosástól kicsit meggörnyedt,
én nem tudtam, hogy ifjú asszony,
álmában tiszta kötényt hordott,
a postás olyankor köszönt néki.

lunedì 21 luglio 2014

E' stato lui !!!!



Quel maledetto.
Altro che Schettino: il comandante Puttino!
La verità sta finalmente venendo a galla. Pardon: sta venendo a refloating.
Del resto, uno che abbatte gli aeroplani delle vacanze può benissimo affondare le navi da crociera!
La comunità internazionale & democratica può e deve intervenire duramente.
Da applicare immediatamente pesanti sanzioni all'Isola del Giglio, a cominciare dalla sua immediata annessione alla provincia di Ustica.

TORNA IN RUSSIA, CAZZO!

mercoledì 9 luglio 2014

Copa não, os manifestantes tinham razão!




E se gli avessero dato retta, ai manifestanti che quei mondiali di merda non li volevano! Sapete, quei mondiali che si stanno ancora tenendo sotto la presidenza di sinistra di una ex rivoluzionaria, quelli che hanno praticamente finito di distruggere quel che è ancora era rimasto (ah no, dimenticavo, ci sono ancora le Olimpiadi) e finito di sgomberare quelli che ancora erano di sgomberare, quelli dell'economia vincente, gli sponsor, l'allegria patinata, o samba, o carnaval e tutte le altre puttanate brasileiras. Il Brasile, quello vero, è stato tutti questi anni in piazza a urlare Não vai ter copa, beccandosi repressioni, squadroni e quant'altro; e la "Copa", alla fine, non c'è proprio stata. Se lo ricorderanno, lorsignori, questo otto di luglio; con la vittoria annunciata della Seleção dovevano coprire tutti i loro affaroni, le loro economie, le loro politiche. Invece il grande Brasile se n'è beccati sette, uno dopo l'altro. Sembra siano in atto scontri in varie città, persino sulla spiaggia di Copacabana. Si parla di ricadute disastrose per l'economia nazionale e di rivolgimenti politici (la Rousseff contava molto sulla vittoria palloniera per la sua rielezione). Quando 54 anni fa ci fu il famoso Maracanãço contro l'Uruguay, si ebbe un paese in lutto; ora si rischia ben di peggio. Un paese  incazzato nero. La disfatta dei pallonieri (già ribattezzata Mineiraço) e una disfatta di queste dimensioni, che mette a nudo cose ben più grosse. Eccome se avevano ragione i manifestanti. La Coppa non c'è stata. C'è stata la merda più puzzolente che alla fine ha preteso il conto sotto le bordate dei tedeschi; ed è ora che urlo per davvero Forza Brasile. Ora è il momento. Agora.

martedì 8 luglio 2014

Valori e Capitale


Stamattina, verso le 6, in un appartamento romano, dalle parti di Piazza Bologna (come ci informa gentilmente La Repubblica). Drin drin; e quando ti suonano a quell'ora, non è per portarti la colazione; di solito ti suonano per portarti in galera. Una mattina d'estate, mentre gli israeliani bombardano Gaza, mentre Neymar giace in ospedale con la vertebra scheggiata, mentre suasantità tuona contro i preti pedofili, mentre il Seveso allaga Milano Nord, mentre Renzi e i Cinquestelle sparano le loro reciproche cazzate, mentre qualche No Tav in galera ci sta da mesi per avere messo fuori uso un compressore. Ed ecco che la tua cazzo di vita, caro mio, finisce. Tu, noto fotografo noto nel mondo della moda e dello spettacolo, dici addio non solo alla tua libertà personale, che sarebbe in fondo il meno; dici addio a ogni cosa, essendo da questo momento additato al pubblico disprezzo, alla morte civile. Basta leggere quel che combinavi, del resto, caro Furio Fusco; ed è bene che tu ti renda conto alla svelta che c'est terminé. Fine delle international models e pure dell'actors management; d'ora in poi, altro che inglese di cartapesta. Ti toccherà sentire quali strane lingue si parlano nelle galere. Sembra che le international models in cui ti eri specializzato fossero poco international e provenissero perlopiù dai soliti “quartieri bene” (o “prestigiosi”) della Capitale, il Trieste, Prati, gli immancabili Parioli; gli stessi, in breve, delle “baby squillo” di qualche mese fa, quelle per le quali è finito nei guai pure il maritino della Mussolini (io non sono Google e non accordo il diritto all'oblio, bene che si sappia). E, ora, magari ci si attenderebbero belle tiratone da parte mia; cosa che non avverrà punto. Si parlerà d'altro, caro Furio Fusco, mentre ti passi il tuo primo giorno in galera. Non si parlerà del tuo book di lolite (come piacciono certe parole a Repubblica!), non si parlerà dei noti licei romani (probabilmente gli stessi dove vanno a fare le stucchevoli intervistine ai bravi ragazzi, all'uscita dalla prova scritta della maturità), non si parlerà certamente delle varie morbosità condite di moralismo da tre soldi bucati che sono una specialità di questo paese così cattolico. Si parlerà di cose, diletto Furio Fusco, alle quali -probabilmente- non hai mai pensato in vita tua; ma non solo tu. Non ci avranno mai pensato neppure le ragazzette varie che accorrevano a farsi fotografare gnùde o peggio, nei tuoi studi fotografici. Non ci avranno mai pensato neppure le loro sante famìglie, ah la famìglia, er pilastro, er baluàrdo, er familiddèi (ma al singolare si dirà familiddèo?). Si parlerà, pensa un po', di valori e di capitale. E non di morali di merda. Neppure nel tuo caso, ìnclito Furio Fusco.

Chi scrive è un perfetto immorale. Convintissimo che ognuno, a qualsiasi età, abbia -se così desidera- il diritto di fare ciò che gli o le pare. Che di anni tu ne abbia 14 o 94, senza che nella tua vita intervengano le leggi dello Stato e quelle di Dio. Intervengano, casomai, se ti viene usata violenza, sempre che di anni tu ne abbia 14 o 94; intervengano se ti stuprano, in questo paese dove c'è voluto un secolo prima che lo stupro fosse considerato un reato contro la persona e non contro la morale. Intervengano in qualsiasi caso ci sia coercizione, sempre in questo paese dove i tribunali hanno fatto a gara nel giustificare i branchi di maschietti e nel mettere alla gogna le loro vittime, specie se ragazzine. Intervengano in ciò in cui si son sempre ben guardati dall'intervenire, mentre tra le file della “magistratura” allignavano fenomeni come il famoso Salmeri. E intervengano ogni qual volta una persona sia stata messa in balia di un'altra, o di altre; ché mi piacerebbe sapere bene quante ce ne siano, di Yare, in questo preciso momento, e anche dello stesso DNA di chi le sta torturando in vari modi. Mi piacerebbe saperlo, ma non lo so; quel che so bene, invece, è che al di fuori di questi casi tu potresti fare quel che vuoi anche a 13 anni, e a 93. Ora lo so che mi date del pedòfilo, come vederlo; i problemi però sono di differente natura, molto differente e mi pregio di sbatterveli garbatamente sul muso. Il primo problema riguarda la mia totale avversione alla minorità, di qualsiasi tipo. Il secondo riguarda il controllo autoritario messo in atto, a livello generale, col pretesto della pedofilia, della pedopornografia e cose del genere; si sarà mai vista una “polizia postale” che chiude un sito di una banca, dato che parecchi siti del genere sono esempi ben più orrendi di pornografia? O chiudere il sito di qualche setta religiosa (ben dedita peraltro alla pedopornografia, come ad esempio la Chiesa Cattolica, nonostante gli accoramenti del Papa più buono del 3% degli altri papi della stessa fascia)? O chiudere il sito, pornografico a livelli parossistici, della pitonessa Santanchè (detta anche Holy-Also-Is)? Macché. I “poliziotti postali” stanno sempre a smanettare siti porno, altro che. Ci sarebbe di che riflettere su questo, e riflettere parecchio. E chissà che, con quel che sto scrivendo, dopo la denuncia e il processo per le offese a Napolitano non mi vengano a casa a frugare nel mio oramai scassatissimo pc, dove troveranno pericolosissime immagini di vecchie automobili completamente nude (la cosiddetta geronto-autocineto-pornografia). Mi vedo già lo scandalo. Il Venturi, mostro indicibile che si eccita guardando la foto nuda di una Citroën Traction Avant del '37 mentre vomita orrori contro il signor Presidente della Repubblica.

E le regazzine, quelle che si concedevano ai clienti “facoltosi”, quelle che andavano a farsi fotografare dal signor Furio Fusco (il quale sarà accusato di tutto, ma non di sequestro di persona a quanto mi risulta)? Si aprono qui le considerazioni sui Valori e sul Capitale. Quelle di cui parlavo prima della mia consueta divagazione (se vuoi un hotel vai su Trivago, se vuoi il Venturi vai su Divago, verrebbe da dire).

Tutti quanti avremo fatto caso alla frequenza con cui i Valori vengono nominati da un certo tempo a questa parte; un'autentica scorpacciata. Che siano valori perduti, che siano da trasmettere, che siano da sottolineare, che siano da rimpiangere, che siano da rifondare, che siano da ogni cosa. I buoni, cari, vecchi valori della Borghesia, che quando c'erano, nei bè' tempi andati, peraltro non si faceva mai mancare di stuprare le figlie, di andare a puttane con le quindicenni (sciagurate figlie del popolo!), di ammazzare chissà quante Yare del 1879 o del 1935 (e, allora, non c'era il DNA), di guardare dagherrotipi con le ninfette (ce le avete presenti le fotine che piacevano al prof. Lewis Carroll, quello di Alice nel paese delle meraviglie?), di coprire i rampolli stupratori, di giustificare ogni violenza possibile e immaginabile, chiamandola ora famiglia e ora patria? Guardate, tesori miei, che questi sono gli stessi valori che vengono tanto propagandati oggi, a cura di preti, professori, politicanti, imprenditori, anchormen, giornalazzi e altri paraphernalia del sistema capitalista. Ieri come oggi. Ora come allora. Da un sistema che ha, da sempre, un solo valore: il denaro. Per favore, ora come ora bisognerebbe essere chiari. Di altro vero “valore” non ce n'è. E, allora, sorgono spontanee alcune questioni.

Le regazzine dei Parioli, dei “facoltosi clienti” e del signor Furio Fusco, in fondo, non avrebbero fatto altro che applicare perfettamente i Valori del Capitalismo. Consapevolmente o inconsapevolmente. Non si tratta neppure di “educazione”, di “scuola” o di quant'altro: si tratta di una cosa del tutto naturale. Si hanno delle merci (l'età, la bellezza...) e esistono dei clienti; è la semplice legge della domanda e dell'offerta. La prostituzione va bene a diciotto anni e un'ora, mentre a diciassette anni, 364 giorni e 23 ore non va bene. La clientela è vasta e qualificata; come avrebbe detto il famoso Max Catalano, è meglio averci una giovane e carina o una brutta e vecchia? Tutto ha un suo prezzo; le famiglie approvano e arrotondano (come la mamma di una delle baby-squillo di qualche mese fa). Una quattordici o quindicenne viene presentata regolarmente come incapace di intendere e di volere, inconsapevole vìttima, povera piccina vittima dell'orco che deve essere salvata e reinserita (cioè reinserita nelle galere: scuola, famiglia, istituto, tribunale); una beata sega! Eppure, il qui presente, ha conosciuto (bene) una che a sedici anni la dava allegramente a dei trentasette o quarantenni, per pura gioja e passione (senza pigliarci un soldo ma per sua scelta & godimento; cose, a mio parere, rispettabilissime e condivisibili anche considerando che i ragazzotti, a 18 anni, sono sovente dei disastri). O che quei poveracci di trentasettenni avrebbero dovuto andare in galera? E la sedicenne, se beccata, essere tolta alla famiglia e avviata in qualche tristissima struttura sociale o religiosa?

Indi per cui sarebbe meglio, carissimi, che smetteste una buona volta di indignarvi per cose del genere, e che pensaste che, nel Capitalismo, tutto si riduce a questo. Le regazzine senza valori (un tempo si sarebbe detto “traviate”) che vanno a darla a pagamento o a farsi fotografare dal Fusco lo hanno capito assai meglio di voi. Certo, si dirà: ma vengono sfruttate. Eh beh, sai che novità: dietro hanno degli sfruttatori esattamente come ogni padrone sfrutta la massa-lavoro. Come vengono sfruttate le loro coetanee nei laboratori o nei campi di carciofi, specificando che lo si fa a costi infinitamente minori. Fossi una quindicenne carina della Capitanata, andrei di corsa a Roma a farmi sfruttare invece di essere costretta a lavorare per dodici ore al giorno in un laboratorio di maglieria per una miseria. Ci si indigna perché delle studentesse si prostituiscono per pagarsi le tasse universitarie, non per le tasse universitarie. Ci si indigna per un commercio, quando tutto è commercio e tutto è merce. I “valori”, appunto. La borsa valori. Piazza Affari. E, per ripulirsi la coscienza e anche per riempire gli occhi di fumo, ogni tanto si va a suonare a casa di un fotografo romano che, da oculato imprenditore, non si sarebbe mai messo a fare una cosa del genere senza che fosse esistito un consistente mercato. L'ABC del capitalismo, e nient'altro. Le quattordicenni ai giardini fanno i pompini per cinque euro a botta, lo sapete? Forse vi piace voltare gli occhi dall'altra parte, ma avreste dovuto sentire i racconti fattimi da ragazzi di certi quartierini lontani dai Parioli e dal Trieste, e anche da Roma stessa. Per soldi, che siano cinque euro o cinquemila. Richiesta e prestazione. Ma lo sapete che 'ste cose succedono regolarmente nelle scuoline, anzi proprio nelle scuoline regolarmente trasformate in lager da prèsidi-sceriffi, e con regolamenti paragonabili oramai a quelli di Treblinka? Nelle stesse scuoline dove il medesimo prèside chiama la polizia se ti vede fare una scritta sul muro? Nelle stesse scuoline col crocifisso appeso al muro delle aule? Nelle stesse scuoline dove devi nasconderti per fumare una sigaretta? E gli insegnanti, così tanto eroici, insegneranno mai a aprire gli occhi e a dire chiaro e tondo: ragazzi e ragazze, sarete distrutti/e dal Capitalismo, dal lavoro, dallo Smartphone, dalla mercificazione di tutto e di tutti, dalla “cultura” intesa come schiavitù al mercato, dalla qualsiasi mancanza di spirito critico e di osservazione che noi, noi stessi contribuiamo a creare prostituendoci per uno stipendio mensile esattamente come ti prostituisci tu, cara Rossi Jessica del terzo banco, per cifre superiori al mio salario e che te pòssino, visto che una scopatina con te me la farei pure volentieri se potessi e se non dovessi mandare avanti la famìglia?...

Diceva il signor Fusco, a quanto si legge: “Non sai quante ragazze mi chiedono cose porche per arrivare da qualche parte.” Eh beh, per arrivare da qualche parte tutti noi chiediamo delle cose non porche, ma porchissime addirittura. Tipo: portare uno stupido curriculum a un'agenzia interinale (o interanale, come meglio si dovrebbe dire). Oppure: presentarci con orripilanti giacche e cravatte, o idiotissimi tailleur, ad un colloquio di lavoro, perché l'aspetto conta (mica quello che, eventualmente, vali). Oppure ancora: pietire uno sgobbo qualsiasi perché non ce la fai più a andare avanti, pronti a tutto. Ed è questa la vera pornografia, che costituisce l'essenza primordiale del Capitalismo il quale, poi, ti viene a fare la morale, ti arresta e ti manda a passare la riedukazione dalle monache, in modo da farti (ri)diventare una brava ragazza pronta per farti massacrare dal maritino tanto bravo e lavoratore.

Le morali e le retate. Il controllo sulla pedopornografia in un sistema che costringe milioni di bambini e bambine alla fame nera e alla morte, con la massima indifferenza e a seconda dei bisogni dei mercati; e che li costringe, peraltro, anche a prostituirsi. Ma fa notizia se si prostituiscono le bimbette parioline, non quelle degli slums di Manila o delle Case Minime di Rovezzano. E' lo stesso sistema, poi, che tra i suoi sistemi di controllo ne ha escogitato uno superbo: il cosiddetto ammòre, coi suoi lucchetti, le sue canzoncine di merda, le sue gelosie, i suoi libriccini, i suoi social networks. Tutto questo, naturalmente, per fare soldi. Per produrre ricchezza. Per creare economia. Nel frattempo, chi si professa anticapitalista deve stare attento perché è costantemente sotto tiro. Lui che non ha mai frequentato le baby squillo, e che al massimo potrebbe concedersi Nonna Abelarda in minigonna. Lui che si è tirato seghe a sfare ripensando ai diciotto secondi di Gloria Guida gnùda in Quell'età maliziosa (1975, con Nino Castelnuovo, girato interamente all'Isola d'Elba). Lui che non c'è stato, e che si è ritrovato distrutto al di là dalle generazioni. Lui che non cessa di crederci e di lottare, anche a costo di ritrovarsi in delle peste anche peggiori di quelle che ha; magari, chissà, con il signor fotografo come concellino. Il quale ora, forse, comincia a capire come è fatto il capitalismo. Ti prende, ti usa e ti butta via. Come qualsiasi cosa. Dopo essere servito abbondantemente, magari, allo stesso giornalista di Repubblica o dell'Espresso cui piaceva la Rossi Jessica del terzo banco, che se la è guardata bene nelle tue foto e che magari c'è stato pure a letto, e che ora ti sta distruggendo pagato dal sor padrone.

Nella foto: Alice Liddell, 10 anni, fotografata da Lewis Carroll. Si tratta della bambina per cui fu scritto Alice nel paese delle meraviglie. 

Post scrìttum

Dopo aver finito di scrivere il post mi accorgo di questo, scritto dall'Eretica, e che condivido dalla prima parola all'ultima. E raccomando di leggerlo, soprattutto alle quindicenni o giuddilì. 

venerdì 4 luglio 2014

Rotolando si porta via


Sicuramente Minchia signor tenente era una canzone del cavolo. Dei suoi thriller non ne ho letti nemmeno uno, anche se hanno il record di essere i libri che più ho notato sulle spiagge all'Elba, anche in quelle più riposte. I suoi sketch non mi facevano ridere, ma farmi ridere davvero è difficilissimo (ci riuscì, se ci ripenso, un film comico sovietico degli anni '70, Ivan Vassilievich cambia professione). I suoi quadri non li conosco. Gli ingredienti per l'indifferenza ci sarebbero tutti; e invece, non so nemmeno come dirlo, mi dispiace che Giorgio Faletti se ne sia andato. Mi dispiace per questa canzone qua sotto:



Già. Una canzone e forse una sola. Scritta da lui e cantata perdipiù da un altro che mi ha sempre detto abbastanza poco, nonostante i suoi sforzi di tradurre le amatissime Child Ballads. Succede così a volte: una canzone che parla della tua vita scritta e cantata da due persone lontane, lontane. Penso che sia addirittura bello che accadano di queste cose, come fossero un momentaneo incontro su strade differenti. Del resto, è abbastanza risaputo che non ho mai avuto velleità di essere sempre me stesso, e che le coerenze sbandierate e, perlopiù, di plastica mi fanno semplicemente orrore. O forse, chissà, questo è l'unico modo che conosco per essere davvero me stesso: quello di cercarmi, e a volte persino di trovarmi, negli opposti. E quello di non considerai mai sacro me stesso, perché sono quanto di meno sacro possa esistere.

Quindi, un addio a Giorgio Faletti, certo. Rotolando, qualcosa si è portata via la sua vita; e qualcosa si porterà via, prima o poi, la mia e quella di tutti, in mezzo a una luce che luce non è. Che riposi in pace mentre i signori tenenti e i loro sottoposti continuano a fare i servi dello stato ai famosi milleduecento euro al mese; ma quel giocatore di biliardo, magari, gli avrà tirato una pallata, o un colpo di stecca.