venerdì 1 maggio 2015

Black Bloc a Milano



Il 12 dicembre 1969, il Black Bloc assaltò una banca, giusto a due passi da piazza della Scala. Ma non la assaltò con vernice, uova, sassi o petardoni; la assaltò con una bomba, anzi, pardon, con un ordigno. Diciassette morti e ottantotto feriti (il titolo del "Corriere della Serva" riportava i primi dati). Era, quello, un Black Bloc nel senso letterale del termine: un Blocco Nero di fascisti, servizi deviati, apparati dello stato, militari, Gladio e chi più ne ha, più ne metta. Da allora, quel fatto è definito in vari modi: l'inizio della strategia della tensione, la prima strage di stato e quant'altro. Coperture, depistaggi, il tassista Rolandi, Pietro Valpreda, Giuseppe Pinelli, Calabresi, i processi, la verità occultata con pieno successo. Non è, naturalmente, mia intenzione ripercorrere quei fatti; è soltanto per dire che quando il Black Bloc, quando il Blocco Nero di quei signori ha voluto assaltare la banca a Milano, lo ha fatto sul serio e ben protetta. Sono peraltro ragionevolmente certo, sebbene all'epoca dei fatti avessi compiuto da poco sei anni e tenessi al massimo un quaderno a quadretti con i primi pensierini datimi dalla maestra (Marziali Pierina da Livorno), che nessuno, a partire dai giornali e dalla televisione di regime, si sia troppo occupato delle vetrine e neanche delle eventuali automobili che presero fuoco nelle vicinanze. Certissimo sono invece del solito linguaggio, a partire dalla parola vigliacchi. Bisogna fare attenzione a questa parola, perché è usualmente nella bocca, nella penna e, attualmente, della tastiera dei peggiori servi, nonché dei peggiori vigliacchi, che si possano immaginare.



Questa, invece, è una foto di oggi (1° maggio 2015), ripresa sempre a Milano dallo stesso Corriere della Serva. Raffigura sempre, dicono, una banca assaltata dal Black Bloc. Assolutamente vuota di persone e, direi, con danni materiali non paragonabili a quelli provocati nella banca milanese nel 1969. Parlo qui di danni materiali, perché di questi ed esclusivamente si tratta: vetrine, suppellettili, qualche automobile. Nella banca del 1969, non contando i diciassette morti e gli ottantotto feriti che non hanno mai contato niente (numeri in una strategia), i danni materiali furono, diciamo, leggermente maggiori. Io non c'ero, alla manifestazione No Expo organizzata oggi in opposizione ad una fierucola vetrinosa del regime di turno, una mega-sagra a base di strippate internazionali con la scusa dell'alimentazione del pianeta o roba del genere, con tutta una serie di eccellenze sponsorizzate da eccellentissimi McDonald's, eccellentissime cochecole e supereccellenti Nestlé. Di che stupirsi, quando lo sponsor principale del maestro di cerimonie, tale Renzi Matteo, è un pizzicagnolo (tale Farinetti) che ha una catena di supermercati e si atteggia a filosofo? Tanto basta, comunque, per riorganizzare zone rosse in stile genovese.

Dicevo che non c'ero, e quindi non posso parlare molto degli eventi di oggi. Se parlo qualche volta un po' più diffusamente di quel che è accaduto durante una manifestazione, è perché c'ero e vedevo coi miei occhi. Come, ad esempio, a Genova nel 2001, o in altre occasioni. Certamente tutti voi avrete letto i titoloni e gli articoloni, ad esempio, di Repubblica o del Corriere della Serva più volte nominato in questo post. Avrete guardato le dirette di PapaNews 24 e i reportages di altri telegiornali tutti uguali. Oppure eravate all'inaugurazione dell'Espò, oppure eravate alla manifestazione. Rimando, quindi, ad un articolo dell'Eretica, che mi sembra corretto e interessante e, più che altro, redatto da una persona che era presente. Le mie convinzioni al riguardo, però, stavolta me le tengo per me. Non esprimerò né condivisioni, né simpatie, né antipatie. Non esprimerò considerazioni sull'utilità o sull'inutilità di azioni del genere, né sulla valenza del corteo anti-expo; il rischio maggiore non sarebbe certamente quello di espormi, cosa della quale non ho la benché minima paura, bensì quello di parlare di dati avvenimenti cui non ho avuto modo di prendere parte diretta, in un modo o nell'altro. 

Si può parlare, però di ciò a cui si assiste. Nulla di cui meravigliarsi, ovviamente. Il Black Bloc, ovvero il Blocco Nero, si riforma costantemente; che ci sia da mettere ordigni nelle banche, sui treni o nelle stazioni ferroviarie, o che ci sia semplicemente da fare quadrato attorno al regime e alle sue sagre internazionali. Il linguaggio è lo stesso (vigliacchi!); gli stessi cittadini indignati, la stessa unanimità da "destra" a "sinistra" nello stigmatizzare e nel richiedere forche, le stesse richieste di dimissioni del ministro dell'interno in carica (quello attuale, Alfano Angelino, è però un caso particolare: quello si deve essere dimesso appena nato, c'è chi dice che persino quand'era all'asilo gli abbiano chiesto di dimettersi dal gioco delle bandierine), le stesse testimonianze della società civile (tutte a base di vigliacchi!, persino di una specie di rapper o che cavolo è, tale Fedez, che si è preso un nome d'arte praticamente uguale a una ditta di spedizioni), la stessa opera lirica alla Scala. A proposito: ma porca zoccola, quand'è che andranno finalmente in culo la musica lirica, i tenori, il bel canto e i gorgheggi buoni per tenere stantio bordone al potere? Quand'è che la Scala verrà demolita per far posto a un bel parcheggio, così ci depositano le macchinine invece di farsele bruciare dai Black Bloc? Invece no. Hanno demolito la banca là vicino, nel '69. Il Blocco Nero, che è fondamentalmente lo stesso di oggi. Il Blocco Nero del Potere, quello che fa le cose sempre ammodino. Altro che un centinaio di ragazzotti un po' incazzati che, oggi, hanno per una mezz'oretta fatto, in mancanza d'altro, un po' di casino nel centro di Milano portando una devastazione che fa sinceramente un po' ridere. E che cazzo, se quella di oggi è devastazione, cosa sarà stata quella dei palazzinari che ha devastato Milano e tutte le altre città per decenni? Ehi, ràga, Milano chi la ha devastata per davvero, e continua a devastarla quotidianamente anche con le Espò? Chi ha devastato le menti delle persone, oltre al territorio? Chi ha devastato la convivenza, l'economia, la cultura e tutto quel che c'era da devastare? E' stato il Blocco Nero, quello che -all'occorrenza- assalta pure le banche senza lasciare la benché minima traccia. Senza vernice e senza sassi. Senza tute. Senza accuse di devastazione e saccheggio, perché la loro devastazione e il loro saccheggio equivalgono a ciò che chiamano "legalità"..

lunedì 27 aprile 2015

venerdì 24 aprile 2015

In morte dei blog, a.D. MMXV



Naturalmente ci risiamo; ma non so se, stavolta, la notiziuola farà tanto strepito. Finché le “strette sui blog” le proponeva il centrodestrume vario, c'era una sorta di mobilitazione generale; ora che, ovviamente, le propone la destra renziana, avverto una certa quale rassegnazione. Come fosse inevitabile; è, probabilmente, lo è. Non sono solito ragionare a proposito di blog e bloggherie, anche perché tale forma di espressione del pensiero in rete è oramai in agonia; ma, evidentemente, pur nella sua morte prossima ventura, il “diario in rete” continua a mettere molta più paura dei “social networks”, e questo è quanto. Ci si becchi, dunque, la proposta del PD (e “renziano superdoc”) David Ermini, che nel “Partito della Nazione” sarebbe responsabile Giustizia. Nulla di nuovo: il consueto obbligo di rettifica entro due giorni esteso alle “testate non registrate”, vale a dire anche e soprattutto ai blog. Ai blogghini del cavolo come il mio, insomma. Da oggi, dunque, saremmo ufficialmente di nuovo in allarme; querele a gogò, richieste di risarcimenti, e tutto l'armamentario del silenzio. Dice l'Ermini, pure a colloquio con l'Andrea Orlando scrutatore di sigilli, che non sarebbe giusto farla pagare esclusivamente ai tenutari di testate giornalistiche registrate travestite da blog (si pensi che, per un po', è stato definito “blog” persino l'Huffington Post...), e quindi arièccoci. Stavolta, peraltro, sono piuttosto convinto che la proposta piddina abbia ottime probabilità di passare; il controllo dittatoriale renziano avanza imperterrito in ogni direzione, ed abbisogna del silenzio come del pane. Le condizioni, insomma, ci sono tutte.

Adesso mi concederò un paio di minuti di risate, pensando magari ai meravigliosi “Je suis Charlie” di questi signori; oppure al Renzi sindaco di Firenze, che voleva riservare dei locali dell'ex carcere delle Murate a una non meglio precisata “casa del blogger perseguitato”, avendo in mente fantomatici (e spesso falsi) postatori iraniani e l'immancabile Yoani Sánchez. Lo dice un perfetto nessuno come il sottoscritto, che a causa del suo blog dal nome impronunciabile in finto greco classico introdotto dai pensieri di Pippo e da una foto del 1° maggio 1945 a Portoferraio (Isola d'Elba), ha passato e continua a passare i suoi guai. Tre convocazioni in Questura da parte della DIGOS, due denunce nonché una paventata ma non avviata, e un processo in corso per attentato all'onore e al prestigio del Presidente della Repubblica. Come dire: un bel curriculum, senza che, per questo, io ritenga certamente di dovermene “beare” (tant'è vero che non ne parlo praticamente mai). Proprio in questi giorni, una blogger che seguo da sempre, vale a dire Valentina Perniciaro (o Baruda che dir si voglia), si è beccata una denuncia per diffamazione nientepopodimeno che da Gilberto Caldarozzi, pure lei regolarmente convocata dalla DIGOS per avere “offeso” quell'alto funzionario di polizia che aveva avuto un bel po' a che fare con una certa scuola genovese di cui non farò il nome. E via discorrendo. Purtroppo, né Valentina Perniciaro né il sottoscritto siamo blogger iraniani o dissidenti cubani; chissà se ci toccherà cambiarci i nomi in Righard Wenthoorani (o Wenthorinejad) o in Valentyna Pierniciarios per starcene un po' più tranquilli.

Nell'attuale agonia del blogghismo, certo, non c'entra soltanto la repressione sempre più massiccia; parecchi blogger ci hanno messo del loro per screditare la categoria. Altrettanti si sono trovati il rifugio, il “buen retiro” dove copiaincollare articoletti e saggini o dove parlare esclusivamente del proprio innocuo orticello da innaffiare. Tutto questo, ovviamente, tenendo ben presenti tutti i limiti di qualsiasi forma di “impegno”, o militanza, o critica a base di parole da inviare nell'etere senza nessuna precisa certezza che vengano captate da qualcuno, e più che altro con l'assoluta coscienza che possano essere delle emerite cazzate e non delle “verità” da rivelare. Ad ogni modo, se a tutto questo si aggiunge l'Ermini, sarà giocoforza battere in ritirata alla svelta e cimentarsi nell'arte della fuga disonorevole. Già gli avvertimenti, e anche discretamente pesi, li abbiamo avuti; e poiché, almeno nel mio caso, passare alla storia (si fa per dire) come “eroe solitario” squisitamente cornuto e mazziato non mi attrae particolarmente, ad un certo punto toccherà dire basta.

Resterà, certamente, l'insopprimibile voglia di sparare a chiunque, in questo paese, cianci di “libertà di espressione”. Il desiderio incontrollabile, però da controllare in qualche modo, di vedere accomodarsi sul seggiolino di una garrota il servo di turno, quello che vuole dare il “giro di vite” (l'espressione deriva proprio dalla pratica del garrote vil). Ma poiché tali rimarranno, ovvero dei buffi desideri di piccoli esseri umani che, per un periodo della loro vita, hanno creduto di potere esprimersi liberamente da una tastierònzola, non resta che attendere gli eventi e trarne le conseguenze. Magari, chissà, la cosa potrebbe avere pure dei risvolti positivi, e convincere qualcuno ad esprimersi in modi meno simpatici, più organizzati e tesi alla creazione di nuovi rapporti di forza. Chissà che, allora, non ci si ricordi pure di qualche buffo blogger che, nel remoto 2015, era stato messo a tacere dal responsabile giustizia del PD.

Nell'immagine: Francisco Goya, Reunión de la Comisión Justicia del Partido Democrático. Affissi ai piddini garrotati, alcuni obblighi di rettifica e querele imposte a antichi blogueros.

lunedì 20 aprile 2015

Affonda il barcone


Affonda il barcone. Ma non solo quello dei migranti, settecento, novecento, mille esseri umani che si rovesciano in mare tra lacrime di coccodrillo da una parte, e ferocie consolidate e diffuse dall'altra.

Affonda il barcone di questi signori qua sopra, e dell'Europa intera. Affonda il barcone delle Istituzioni, europee e nazionali. Affonda il barcone di un sistema intero, tanto barbaro quanto inutile. Affonda il barcone di parlamenti, di commissioni, di fondi monetari, di banche centrali e persino mondiali. Affonda il barcone delle stupide vetrine della pancia piena, mangiare, mangiare, Expo, Eataly, padiglioni dei grandi architetti, pizzicagnoli alla Farinetti che pontificano, eccellenze alimentari mentre due terzi del pianeta crepa di fame.

Affonda il barcone del capitalismo e delle multinazionali, e affonda nel modo più che consueto: la guerra. Affonda senza nemmeno più un barlume di umanità. Affonda nella devastazione delle politiche di "rigore". Affonda nei fascismi e nella repressione. Affonda nei cazzari e nel loro fare. Affonda nei CIE, nelle operazioni, nelle missioni di pace che hanno generato sempre più guerra.

Affonda il barcone delle preghierine dal balcone, una bella pregatina con aria compunta e trasmessa in mondovisione e tutti son bell'e a posto. Affonda il barcone delle religioni, fabbriche di morte e di razzismo a ciclo continuo. Affonda il barcone della carità, da sempre perfettamente funzionale al mantenimento dei sistemi e degli status quo. Affonda il barcone dell'umanitarismo sempre più disumano e impotente.

Affonda il barcone della paura creata ad arte come sistema di controllo. Affonda il barcone del terrorismo del tutto organico allo stabilimento della schiavitù generalizzata. Affonda il barcone del lavoro e dei suoi miti di carta.

Affonda il barcone dei simboli di questo tempo, quando si è riusciti persino a santificare uno stupido venditore di idiozie come Steve Jobs.

Affonda il barcone dei critici radicali, sempre più slegati dalla realtà, persi in teorie che nessuno conosce e nessuno legge semplicemente perché sempre più incomprensibili, tronfie, noiose e inapplicabili.  Affonda il barcone dell'utopia, ridotta oramai a un sofistico esercizio di stile autoreferenziale e fine a se stesso.

Affonda il barcone di tutti, e sembra quasi che non ce ne accorgiamo pur essendoci tutti sopra. Affonda inesorabilmente, perché crediamo che sia inaffondabile. Affondiamo nel Canale dell'Indifferenza e nello Stretto dell'Inumano. Affondiamo nel barcone, senza morire perché siamo già morti. 

sabato 18 aprile 2015

Santa Tortosa, protettrice di Casapound


Coverciano (Firenze), 18 aprile 2015. Blocco di via D'Annunzio a protezione di quattro fascisti rintanati.
La scena è quella oramai consueta, scaturita dalle direttive di un ministro dell'interno che, nel frattempo, sistema perbene la sua famigliuola con prebende e bei posticini. Bloccare tutto. Accessi, vie laterali, passaggi, vicoli, ogni cosa. Quando c'è da proteggere quattro o cinque fascisti che si rintanano in un fondo di venti metri quadri, fatto passare per libreria o per centro culturale (intitolato al "Bargello", che poi era la rivista del gerarca Alessandro Pavolini, fucilato a Dongo il 28 aprile 1945), non si bada a spese. Basta che i ribelli fütüristi esteti di Casapound, i fascisti del III millennio (avanti Cristo, probabilmente, visto che sono sempre gli stessi), chiamino i loro camerati in divisa a protezione, e questi arrivano in forze. Pure con la Guardia di Finanza, come si vede dalla foto; forse, chissà, ci hanno voglia di mostrare gli scontrini fiscali.

Oppure, basta che un quartiere intero, uno dei tanti quartieri delle tante città dove questi topi di fogna si sono installati col beneplacito delle Istituzioni, sdoganati con tanto di cappello e finanziamenti, alleati con il partito nazista di Salvini & co. e coccolatissimi dai media, si ribelli e dica chiaro che non li vuole -e non solo con una manifestazione di piazza-, che questi qua, zàc, organizzano una iniziativa cültürale finta come una banconota da trenta euro, alla quale invitano un loro caporione nazionale, Andrea Antonini, uno che è stato pure gambizzato per un regolamento di conti interno alla "galassia" dell'estrema destra romana. Profluvi di cultura, come si può osservare: non a caso i fascisti si sono sistemati, a Firenze, in una lunga strada che, un tempo, si chiamava opportunamente via Settignanese dato che porta a Settignano. Poi la hanno intitolata al signor Rapagnetta, o D'Annunzio, un noiosissimo poetastro specializzato in autofellazione previa asportazione di costole, considerato poco più che nulla nelle letterature europee. Un decadente estetizzante minore coi suoi ninfali, i suoi aeroplani, le sue figlie di Iorio e le sue piogge nel pineto. Ma assolutamente perfetto per i coglioni fascisti di ogni millennio. E' per tutto questo che oggi, a Firenze, quartiere di Coverciano, è sorto l'ennesimo giorno di Santa Tortosa. La loro indefessa protettrice.
 
Il corteo antifascista in via dei Falcucci.
 
Di strade bloccate, di schieramenti poderosi, di accessi proibiti, di linee dell'autobus deviate, di traffico eliminato, di quartieri interi isolati a causa di questi pezzi di merda ne ho visti, oramai, a tonnellate. In ogni città dove sono stato; Roma, Torino, Milano, Bologna. A Firenze, pochi mesi fa, ho visto scontri e manganellate per una ventina di questi dannunziani, confinati in una piazzetta di Peretola e insultati dalle finestre mentre Santa Tortosa li proteggeva in forze. Oggi, però, per me è stata una cosa abbastanza particolare; Santa Tortosa, protettrice di Casapound, l'ho vista all'opera nel quartiere dove sono nato. Strade che sono state le prime che ho visto. I giardini pubblici dove andavo a giocare da piccolo. Via dell'Arcolaio sbarrata con transenne incatenate, e pure ben sbirrata.

Via dell'Arcolaio sbarrata e presidiata in forze.
Si sono sistemati, i fascisti del III millennio, in una piazzetta dove c'è tuttora il gommaio che ha sposato una ragazza che abitava nel mio palazzo. Dove c'è il benzinaio dal quale ho fatto il primo rifornimento della mia vita, neopatentato a diciott'anni. Dove una sera, mentre stavo pomiciando con una ragazza, fui apostrofato duramente da un'anziana signora scandalizzata che minacciava di chiamare la polizia. Chissà come l'avrebbe presa, quell'anziana signora, se avesse visto la sua polizia non interrompere le effusioni di due adolescenti, ma proteggere degli imbecilli asserragliati in un bugigattolo; ma, non per niente, tale bugigattolo ribelle e non conforme è intitolato al "Bargello", che nell'antica Firenze era, toh, il capo della polizia. Dev'essere proprio un legame storico. Questi qui, anche se aprono lo sgabuzzino per bersi una birra, chiamano la Digos; davvero dei ribelli veramente fulgidi. Tranne quando, naturalmente, non si organizzano per andare a colpire persone inermi, immigrati (come il loro camerata Casseri in piazza Dalmazia e al mercato di San Lorenzo), lavoratori, studenti. Il compito che avevano anche nel secondo millennio, quello di servi dei padroni.

Via Martini. Sound System con l'Ape di un muratore.
Snocciolarsi tutte le strade della propria infanzia, della propria adolescenza. Via Manni, la via delle case popolari che, nei primi anni '70, videro una lotta durissima per il diritto alla casa, durata mesi. Coverciano, già. Lo conoscerete in molti questo quartiere di Firenze, per via della "nazionale" di pallone; ma è un quartiere popolare. Aprirci un covo fascista? Quand'ero ragazzo, la parola "fascista" non poteva nemmeno esserci pronunciata. Ci avevo, proprio sotto casa, una sezione della Democrazia Cristiana dove, una bella mattinata d'inverno, verso il '75 o '76,  ci fecero un bel focherello. E che ci volete fare; faceva freddo. Ora, in via Manni, ci si passa ricordando sì le vecchie lotte; e ricordando anche un ragazzo, Rodolfo Boschi, che proprio quarant'anni fa fu ammazzato a Firenze da agenti in borghese, durante una manifestazione in centro. 18 aprile 1975. Il 18 aprile 2015, invece, era in azione Santa Tortosa. Stava là a proteggere, a impedire, a bloccare, a sbarrare. Stava là ben schierata mentre un quartiere intero sfilava a dir loro di levarsi dai coglioni da Coverciano e di non azzardare più a rimetterci piede. 

Stava là, Santa Tortosa, con tutti i suoi devoti. Con un profluvio di tenute antisommossa, di scudi, di armi, di blindati. Pure Coverciano è entrata nel club del delirio fascioprotettore. Un'alluvione di rientri a casa dalle loro mogliettine, di amori ai loro figlioletti, di carezze, di calde docce cameratesche e, magari, pure di voti al PD -come ha dichiarato l'agente Tortosa col rischio pure che sia verissimo. Più in là, nella piazzetta del gommaio, del benzinaio e dell'anziana signora che si scandalizzava per i baci di due diciassettenni, un bandone sbarrato dietro al quale stava qualche ratto puzzolente, e davanti al quale stava Santa Tortosa, quella le cui statue piangono lacrimogeni.

venerdì 17 aprile 2015

Canti per il Ventiquattro aprile



Mi è stata fatta una richiesta precisa: quella di introdurre i dieci canti della/sulla Resistenza che, da persona che se ne occupa pressoché da una vita intera, considero sia i più sconosciuti che i più importanti. Una richiesta del genere rivolta al sottoscritto è come invitare a correre un battaglione di lepri; e quindi ringrazio parecchio chi me l'ha fatta, ovvero Daniele Barbieri. Ognuno dei dieci canti sarà accompagnato da un video, da un link diretto al testo e da un breve commento; ma prima di cominciare, una piccola spiegazione per il titolo di questa cosa qua. Il Venticinque Aprile, come è noto, si canta Bella Ciao. Un profluvio di Belle Ciao. Un'alluvione. Lascerò quindi la festa comandata a quel canto che, oltre ad essere squisitamente democristiano nel suo spirito, non è mai stato cantato da nessun partigiano per la semplice ragione che (come ha oramai appurato uno studioso del calibro di Cesare Bermani) è una mistificazione fatta ad arte per trovare un "canto partigiano" accettabile da tutti ma che non fosse esplicitamente comunista o anarchico. In realtà sembra che "Bella Ciao" sia stato composto nel 1948, e che tutta la storia del "canto delle mondine" dal quale sarebbe derivato, sia un'invenzione. Quindi, quelli che seguono sono i canti del 24 aprile. Del giorno prima della Liberazione, quando si davano gli ultimi ritocchi all'insurrezione. Quando il cavalier Benito Mussolini si cacava addosso dalla paura e si preparava a scappare come un coniglio, travestito da caporale tedesco. Quando ancora morivano gli ultimi partigiani, e alcuni ne morirono il 25 e pure il 26, il 27, il 28. Quando si cantavano le cose che seguono, non le Belle Ciao del cavolo; quelle cantatevele voi assieme a Matteo Renzi.

1. INSORGIAM 
Testo


Questo era l'inno della Brigata Partigiana fiorentina "Vittorio Sinigaglia", che entrò per prima in Firenze insorta già all'alba del 4 agosto 1944. Il partigiano Sugo, che allora aveva 17 anni, lo conosco da anni di persona anche perché, invece di frequentare il PD, séguita a fare il diciassettenne e frequenta il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud. Insomma, quel ragazzo di 88 anni continua a fare il partigiano. Ce l'ha raccontata parecchie volte la storia di "Insorgiam": sembra che fu composta in base, si pensi un po', a un concorso. Il fiorentino Cesare Massai si trovava nel 1942 prigioniero politico a Castelfranco Emilia: la canzone, come racconta il Massai, sarebbe nata in carcere nell'autunno dello stesso anno, come componimento poetico, in occasione di un concorso indetto tra detenuti della sezione politica per celebrare l'anniversario della rivoluzione d'ottobre. Autore del testo sarebbe Bruno Falaschi di Ponte a Elsa (tra Empoli e Pisa), e autore della musica Alfredo Puccioni. "Insorgiam" fu pubblicata in un disco clandestino a Torino, e attribuita però ad autori ignoti; tornò quindi a Firenze diventando l'inno della Sinigaglia. Però, dice Sugo, non pochi partigiani dicevano che l'aveva scritta Vittorio Sinigaglia in persona (l'unico caso al mondo di vero negro, ebreo e comunista, ammazzato dai fascisti nel centro di Firenze il 13 febbraio 1944), e che la musica l'aveva scritta il musicista russo antifascista Igor Markevich, pure lui partigiano della Sinigaglia. Ultimamente è diventata l'inno riconosciuto di tutto il movimento antagonista fiorentino, e vi assicuro che fa una certa impressione sentire dei diciassettenni di ora cantarla come facevano i diciassettenni di settant'anni fa.

2. PARTIGIANO DI VALLE SUSA


La Prokura di Torino, Casellon de' Caselloni e Padalinorinàudo possono dormire sonni tranquilli senza mandare in galera nessuno: non si tratta dell'ennesimo & terroristico canto NO-TAV. In Valsusa, però, ben prima del TAV c'erano gran convogli di tedeschi e fascisti, ai quali i valligiani dettero un bel po' di filo da torcere e non certamente a sassate. La 41a Brigata Garibaldi "Carlo Carli" operava in bassa Valsusa e prendeva nome da un ragazzo di ventiquattro anni nativo di posti lontani da lì (era di Pontebba, in provincia di Udine). Un sottotenente di artiglieria, Carlo Carli, che, all'armistizio, fu tra i primi a organizzare la resistenza armata in Valsusa; fu ammazzato dai fascisti in uno scontro a fuoco vicino alla stazione ferroviaria di Avigliana, il 21 gennaio 1944. Più su nella valle operava la 46a divisione "Renato Baratta".

3. SUI MONTI DI PIACENZA

Avvertenza: "Sui monti di Piacenza" inizia a 4'02".

Questa canzone è la storia, popolarissima a Piacenza e dintorni ma pressoché sconosciuta altrove, del partigiano Giovanni Lazzetti, detto "Il Ballonaio" perché suo padre, per campare, vendeva palloncini e altri giocattoli alle fiere di paese. Se non fosse stato per il signor Carlo Picozzi di Cigogni di Pecorara, che se la ricordava e la cantò al folklorista Mario Di Stefano che la registrò, sarebbe andata persa; da allora è diventata il simbolo del canto partigiano piacentino. Giovanni Lazzetti, facente parte della divisione partigiana "Piacenza", fu fucilato dai fascisti nel 1945; aveva 25 anni. Era una figura mitica per il suo ardimento e, soprattutto, per le beffe che giocava ai nazifascisti a volte in un modo un po' pazzo e incosciente. Fatto sta, che quando fu fucilato la notizia fu data da Radio Londra.

4. VALSESIA



Se c'è un canto partigiano che ha una storia veramente incredibile, questo è Valsesia. E' nato sulla melodia di una canzone fascista: Dalmazia, Dalmazia, che veniva cantata dai legionari dannunziani a Rijeka (la chiamo così, quella città, così fo rabbia ai nazionalisti da quattro soldi bucati). Sulla natura di quella canzone non ci possono essere dubbi, dato che in seguito divenne l'inno della Divisione "San Marco" della X MAS di Junio Valerio Borghese. Al tempo stesso, i partigiani della Valsesia ne fecero una rielaborazione, l'inno della divisione partigiana "Valsesia" (guidata dai leggendari Eraldo Gastone "Cirò" e Vincenzo Moscatelli "Cino") e la canzone più conosciuta della zona: l'unico esempio, forse, di un canto che nello stesso periodo veniva cantato dai fascisti in un modo e dai partigiani in un altro. Dalla Valsesia passò praticamente a tutti le valli dove si combatteva, con gli adattamenti locali: ad esempio, in Val di Toce si cantava "Valtoce, Valtoce, che importa se si muor". Con la fine della guerra partigiana, il canto fu dimenticato; tornò inaspettatamente in auge nel 1968, quando le organizzazioni militanti milanesi lo ripresero come inno-slogan della lotta antifascista.

5. IRIS E SILVIO


Di canti originali, su Silvio Corbari, Iris Versari e la loro banda partigiana autonoma e irripetibile, non credo ce ne siano. Mi piacerebbe essere smentito una volta o l'altra, e chissà se facendo un giro in Romagna qualcosa non salti fuori; però, nel 2006, ci hanno pensato un paio di misconosciuti e geniali fiorentini, i Delsangre (Luca Mirti e Marco "Schuster" Lastrucci), a scriverci sopra una canzone dopo che, nel 1970, Valentino Orsini ci aveva fatto un film con Giuliano Gemma (film bello, ma un po' infedele storicamente). Le vicende della banda del Curbàra, sterminata dai fascisti e impiccata da morta ai lampioni di una piazza di Forlì, sono troppo lunghe per essere anche semplicemente riassunte; va detta però una cosa fondamentale, vale a dire che partigiani si era anche senza inquadrarsi, "di pelle", per amore della libertà e in preda a una gioventù (erano tutti ragazzi di 18, 20, 22 anni) cui toccò combattere e morire atrocemente. Magari divertendosi anche un po', come fece il Curbàra e la sua banda. E amando, e facendo l'amore come opossum. La vita contro la morte.


6. AL COMANDO PORTA'



Se qualcuno mi chiedesse: Riccardino, pigliaci un canto sulla Resistenza, uno solo, ma che sia il più bello di tutti, non avrei dubbi: questo qua. Solo che, qua, non si va sulle montagne e nemmeno fra i canti spontanei delle loro Brigate: si va nella Poesia, e quella con la P maiuscola. Il testo è di un grande poeta triestino, Carolus L. Cergoly, ed è scritto interamente in triestino stretto; la sua musica l'ha trovata solo nel 2009, grazie a Alessio Lega. Che è di Lecce, e sentire un leccese che canta in triestino -secondo me- non va perso a priori. In giorni in cui si parla parecchio di torture, torturatori, agenti Tortosa e siffatta merda in regime democratico, sarà bene ripassare un po' cosa accadeva, appunto, nei comandi di Polizia o tedeschi quando beccavano un partigiano. Ci sono anche canti partigiani autentici che ne parlano, di queste cose; naturalmente. Però è opportuno anche dare un po' di voce a quella cosa, oramai semidimenticata, che si chiama Poesia.

7. DAI MONTI DI SARZANA [o DI CARRARA]


Chi ci aveva il Beppe Garibaldi, e chi Pietro Gori. Non bisognerebbe mai scordarsi che la Resistenza armata [mi perdonerete se insisto spesso su questo termine, armata, perché le Resistenze, quelle vere, non si fanno a chiacchiere e a sdilinquimenti nonviolenti del cazzo: si fanno coi fucili], l'hanno fatta, e parecchio, pure gli Anarchici. Le Alpi Apuane, terra Anarchica par excellence, sono state terre partigiane fin dai tempi di Re Pipino, credo; da quelle parti, per insorgere ed essere torturati e sterminati non si aspettò certo il fascismo. Ci pensò la feroce Italietta umbertina e crispina già nel 1894. E così, questa canzone, c'è chi la canta con Sarzana e chi con Carrara; ma i monti son sempre quelli. Parla del battaglione "Gino Lucetti", libertarti e nulla più: una formazione che prendeva nome da un anarchico che aveva attentato alla vita del Mussolerda nel '26 e che trovò la morte nel '43 affondato da un bombardiere tedesco mentre cercava di scappare su un battello dal confino a Ischia. Curiosamente, nel '26, l'attentato (che non riuscì per un ètte) avvenne in un giorno che, se tutto fosse andato come doveva, si sarebbe riscattato alquanto dalla sua brutta fama futura: l'11 settembre. Ma va detto che sulle Apuane, di formazioni partigiane anarchiche ne operavano più d'una, e non solo il Battaglione Lucetti. Il quale, a guerra finita, decise di non scendere affatto da quei monti, e di restarci a fare la rivoluzione. Fu riportato giù dai Carabinieri, e assai poco cerimoniosamente . Il Battaglione Lucetti, c'è voluto un famoso romanzo per riportarlo un po' a conoscenza: Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani (che è della Spezia, quindi di quelle parti). Però la sua canzone la sentirete cantare spesso, a condizione che frequentiate certi ambientini che non vanno a festeggiare il Venticinqu'Aprile ove si avverta la benché minima puzza istituzionale. Nel video, Dai monti di Sarzana è cantata da Ivan Della Mea. E' stata l'ultima volta che Ivan ha cantato qualcosa in pubblico: era il 25 aprile 2009 a Fosdinovo, in provincia di Massa-Carrara. Il 14 giugno di quell'anno è morto.

8. BEPPINO [DALLE RIVE DELL'ARNO UN MATTINO]



Questo è un canto partigiano assolutamente raro, e non solo perché strettamente circoscritto alla città di Firenze. Prima di tutto è cantato sull'aria di Gorizia tu sei maledetta, e la cosa è notevole di per sé; indi di poi, è eccezionale per avere un happy end. Dopo essersi fatto tutta la guerra partigiana nella divisione Potente, il Beppino ce la fa a tornare sano e salvo a casa, sposa la fidanzata e ci fa intrafinefatta un bel bambino che nasce figlio della libertà. Insomma, un canto partigiano che, finalmente, ci parla un po' di uno vivo. Ma ci parla, quasi con esattezza storica, anche di tutte le vicende della guerra di Liberazione a Firenze e dintorni. A proposito: il cantore, Alessandro Giobbi detto Il Menestrello, voce storica dei Centri Sociali fiorentini, folklorista e grand'interprete pure delle canzonacce sconce da caserma che i partigiani, secondo la precisa testimonianza del Sugo, si cantavano in abbondanza lassù in montagna mentre combattevano l'invasòr (altro che "Bella Ciao": bella vieni qui che ti trombo, casomai...), ha seguito ammodino le orme del Beppino: dopo anni di concerti tirati per tre ore urlàndognene di tutte quando voleva smettere ("Sòòòòòòònaaaaaaaaa...!!!!"), s'è trovato la fidanzata e ci ha fatto subito un bel bambino. Auguri!

9. DANTE DI NANNI


Dante Di Nanni aveva diciannove anni quando lo ammazzarono. Stop. In un paese fondato su' valori della Resistenza eccetera, io, che sono un ingenuo di tre cotte, mi rifiuto di credere che non sappiate chi sia stato Dante Di Nanni. E magari pure i GAP, tanto che ci siamo. Quindi non vi parlerò di Dante Di Nanni, perché sapete tutto su di lui; e se per caso non lo sapete, andate pure affanculo. Di canzoni su Dante Di Nanni ce n'è più d'una, ma ce n'è una sola sul serio partigiana; e lo è perché, in quella canzone del 1975, Dante Di Nanni viene fatto girare ancora per la città, addirittura sulla metropolitana; e i fascisti non si sentono tranquilli. Canzone partigiana è quella che trasporta la Resistenza attraverso il tempo, e nel suo giusto modo. In quel 1975 là la scrissero, e naturalmente saprete tutti anche questo, gli Stormy Six. Io però ve la fo ascoltare da un'altra band, nel suo arrangiamento: dai Gang dei fratelli Severini. Gente che ha sonato anche coi Clash, mica seghe.

10. CON LA GUERRIGLIA


Si termina con un canto semplicissimo, elementare, senza fronzoli. E', probabilmente, di provenienza romana: lo testimonia anche il fatto che è cantato sull'aria degli Stornelli Romaneschi, quelli della più famosa Su comunisti della Capitale. C'è tutto l'armamentario che serve, perché la canzone è un'arma: il baluardo, la nuova Italia, le vittime invendicate, l'oppressa nostra gente...e c'è, soprattutto, la Guerriglia. E', credo, l'unica canzone partigiana dove tale termine preciso è usato espressamente. Le cose come vanno dette. Provateci ora, a fare una canzone dove si dice: le cose si mettono a posto con la guerriglia. Non avete che da prepararvi immediatamente il borsone per la galera.

Buon Ventiquattro Aprile. E mi raccomando, imparate le canzoni e andate a letto presto perché all'indomani ci sarà parecchio da fare. Non fate come me che, per scrivere 'sta cosa, ci ho fatto le cinque e mezzo di mattina.

venerdì 10 aprile 2015

Il coro



Riassumiamo brevemente i fatti. Ieri, a Milano, un tizio è entrato, armato impeccabilmente e con la massima facilità, dentro il Palazzo di Giustizia. Da un ingresso secondario riservato al personale (magistrati stessi, avvocati ecc.) non dotato di metal detector e altri marchingegni, in quanto per accedere basta esibire un "tesserino". Il quale tesserino, il tizio, lo ha effettivamente esibito: falso. Insomma, s'era preparato ammodino: non è che uno va a falsificare un tesserino di magistrato, di avvocato o di chissà chi di giudiziario per provare l'ebbrezza o scroccare un caffè. Dopo essere entrato, il tizio ha compiuto una mezza strage: a un'udienza per questioni di bancarotte, transazioni, fallimenti eccetera, ha ammazzato prima un coimputato, poi un giovane avvocato proveniente da un'antica e principesca famiglia elbana (un avo dell'avvocato Appiani, signore di Piombino e dell'Elba, fu ammazzato nel XVI secolo proprio a Piombino a colpi di coltello, in un angolo della città che da allora è noto come Il Malpertugio: mia cugina Rosalba ci abita esattamente davanti) e, infine, il giudice fallimentare Ciampi. E pensare che un altro Ciampi, un livornese di nome Piero, aveva dedicato una canzone proprio a un Palazzo di Giustizia; quando si dicono le tragicomiche coincidenze del destino.



Il tizio, ovvero l'oramai famoso Giardiello (ma la fama durerà molto poco), ha ferito un altro paio di persone ed è scappato quasi tranquillamente, in motocicletta, dirigendosi ad ammazzare qualcun altro; è stato fermato e arrestato da' Regi Carabinieri a poca distanza dall'obiettivo. Ce l'aveva, evidentemente, non col mondo intero ma coi suoi coimputati e col Tribunale. I quali lo avevano rovinato: purissime questioni di soldi, soldoni, affari, affaroni andati a bottàne e quant'altro. Fosse stato un poverocristo qualsiasi, in due secondi e mezzo sarebbe stato etichettato come uno squilibrato; invece c'erano di mezzo quattrini a volontà, e quindi il Giardiello rimane un imprenditore. Sacra figura dell'Imprenditore: anche se prepara un massacro tribunalizio con tanto di tesserino falso, motocicletta e revolver, Imprenditore rimane. 

Insomma, questa è la storia. Il Giardiello non è certamente un terrorista, e la sua vicenda è, per quanto terribile possa essere, strettamente personale. A ragione o a torto, riteneva che il Tribunale Fallimentare di Milano gli avesse rovinato la vita, la sua vita. O meglio: i soldi, i suoi soldi. Per alcune persone, i soldi equivalgono alla vita; stop.  Non agiscono per questioni ideali o roba del genere. Non esibiscono concetti astratti come, ad esempio, la magistratura o la giustizia. Non sono interessati alle diatribe politiche. Non sono "oppositori" di alcunché. Non compiono "lotte" collettive o individualistiche. Non hanno da vendicare niente se non se stessi e il loro lavoro, il loro denaro. E quindi entrano indisturbate in un Palazzo di Giustizia e compiono quello che hanno in testa. Se trovano la moglie a letto con uno, ammazzano la moglie e/o quell'uno; se trovano il giudice che li fa fallire, ammazzano il giudice. La storia dovrebbe finire qui; ma non è finita qui. Per nulla.

Subito dopo è cominciato il Coro. A cura dell'Orchestra Filarmonica delle Toghe. La ghiotta occasione non è stata persa, anche perché -è palese- sarebbe stata immediatamente spalleggiata da Repubblica che del Partito Giustizialista è l'organo ufficiale. La "sinistra" giudiziaria non si è lasciata sfuggire questo boccone succulento. Subito dopo, quindi, la bella impresa dell'imprenditore Giardiello si è trasformata nel "frutto di un clima": ha cominciato Gherardo Colombo ad insinuare che dietro al gesto di Giardiello ci sarebbe tutto un "clima sfavorevole alla magistratura", affermando sì di non volere "legare le due cose" ma, nella sostanza, facendolo e facendolo ad arte. Dopo di lui ci hanno pensato presidenti della Repubblica, la Repubblica senza presidente, consigli superiori, brutti & liberati, associazioni varie: "I giudici pagano l'isolamento". E così la super-campagna è già stata orchestrata, e il termine "orchestrata" si adatta perfettamente al canto corale in atto. 

O stai a vedere che il Giardiello ha fatto pagare ai giudici e agli avvocati (il fatto che abbia ammazzato anche un coimputato e si recasse ad ammazzarne un altro sembra essere del tutto secondario: anche qui si stabiliscono morti di serie A e di serie B) l'isolamento e il clima sfavorevole, mica questionacce di soldacci a palate e di imprese fallite. Ha fatto pagare ai giudici gli attacchi quotidiani, mica l'immobiliare Magenta finita in malora. E il tesserino chi glielo avrà falsificato, Berlusconi? E la pistola chi gliela avrà data, qualche NO-TAV? E giù di grancassa, anche perché si tratta di una gran cassa che rimbomba bene; ma stavolta non c'è nessun bisogno che qualcuno faccia notare quanto sia assurda questa cosa. Nonostante il battage mediatico, si stanno perfettamente rendendo ridicoli da soli. Il fatto andrebbe adeguatamente sottolineato: una consistente fetta della magistratura italiana sta attribuendo pesantemente la colpa di un episodio specifico e per nulla legato a questioni pubbliche, ad un clima politico; vale a dire, se ne sta servendo per reclamare ancor più potere, ancor più intoccabilità, ancor più impunità. Ed il fatto, quindi, oltre che ridicolo è anche gravissimo. Si trasformano in eroi persone che sono state ammazzate, purtroppo per loro, per questioni di imprenditoria e per sentenze su manovre finanziarie private; e, quel che è peggio, li si trasforma in eroi per scopi che con la loro morte non hanno assolutamente nulla a che fare. Ed è così che il discredito, la magistratura italiana spalleggiata da media e da istituzioni ipocrite, se lo sta creando da sola; qualcuno dovrebbe andare a dirle che tutto questo ha un nome derivato da una qualche lingua aborigena australiana, boomerang.